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(Adnkronos) - Il futuro del 'Grande Fratello' è ancora incerto ma, dopo l'autosospensione di Alfonso Signorini, il toto-conduzione è già partito. In attesa di capire se il reality tornerà in onda nel palinsesto primaverile di Canale5, sul web si è già scatenata la ridda delle ipotesi. Ad alimentare l'incertezza su modi e tempi del ritorno era stato lo stesso Pier Silvio Berlusconi, che nel tradizionale incontro prenatalizio con i giornalisti, il 10 dicembre scorso, aveva detto: "Non abbiamo ancora deciso: la decisione se fare il Grande Fratello nella prossima primavera la prenderemo a brevissimo. Pensiamo che forse sarebbe più giusto e prudente dare al Grande Fratello un po’ di tempo, diciamo così, per riposare. Ma sono veramente onesto e dico che il Grande Fratello è una macchina che, da un lato, si deve rinnovare, e per rinnovarsi bisogna tenere calda la fiamma: quando un progetto viene messo da parte poi è molto difficile riaccenderlo. E dall’altro – ancora, veramente onesto – noi viviamo anche di una struttura di palinsesto, siamo una televisione commerciale, e avere a disposizione un prodotto che comunque ti consente di fare tutte quelle serate e che comunque fa un risultato dignitoso per Canale 5 è abbastanza importante". Al momento, a quanto apprende l'Adnkronos, la ripartenza del programma non è ancora stata calendarizzata. Ma il 'GF', dopo 25 anni, è una macchina oliata che potrebbe non richiedere molte settimane tra la decisione e la messa in onda. Sul web, i fan che si interrogano sul destino del reality dopo il 'caso' Signorini, non mancano. E nel toto-conduzione, i tre nomi che circolano con maggiore insistenza sono quelli di Ilary Blasi, Michelle Hunziker e Veronica Gentili. Blasi ha già condotto diverse edizioni di 'GF', Hunziker spazia da sempre tra i generi più diversi e Veronica Gentili è reduce dalla conduzione dell'ultima fortunata edizione dell'Isola dei Famosi.
(Adnkronos) - “Dobbiamo attivare il più possibile le persone che oggi sono ai margini del mercato del lavoro. Il tasso di partecipazione italiano è ancora più basso rispetto alla media europea, ma possiamo migliorare, aumentando l’occupazione femminile e dei giovani, molti dei quali oggi non sono né in istruzione né in formazione né al lavoro. Abbiamo margini di intervento concreti attraverso formazione, conciliazione vita-lavoro e politiche di inclusione. Solo così potremo sostenere il mercato del lavoro e l’equilibrio del sistema previdenziale, essenziale per la tenuta dei conti pubblici.” Così Gianfranco Santoro, direttore centrale studi e ricerche Inps, in occasione del convegno 'Work shortage e sfida demografica: verso un nuovo paradigma del lavoro', presso Palazzo Wedekind, a Roma. L'iniziativa di Federmanager e dell’associazione allievi Sna mira ad analizzare l’impatto dell’andamento demografico su un mondo del lavoro in continua evoluzione. Secondo i dati Istat ed Eurostat, nei prossimi dieci anni l’Italia rischia di perdere oltre 4 milioni di lavoratori, con effetti che si protrarranno fino al 2050. Santoro ha evidenziato come la transizione demografica italiana sia più marcata rispetto ad altri paesi europei, “sia per il calo precoce della natalità che per l’aumento della speranza di vita, rendendo l’invecchiamento della popolazione un fenomeno più evidente rispetto alla media Ue. Tutti i paesi industrializzati affrontano simili sfide demografiche”.
(Adnkronos) - In Italia piove meno ma in modo più violento. È questo il quadro delineato da un nuovo studio dell’Università di Pisa, firmato da Marco Luppichini e Monica Bini del Dipartimento di Scienze della Terra e pubblicato sulla rivista internazionale Atmospheric Research. La ricerca ha analizzato per la prima volta oltre 200 anni di dati pluviometrici provenienti da archivi storici e reti strumentali moderne per ricostruire l’evoluzione delle piogge in sei grandi aree climatiche italiane. Dai risultati emerge che le minori quantità di pioggia si registrano soprattutto in Pianura Padana e nell’Alto Adriatico, con tre grandi minimi storici attorno al 1820, 1920 e 1980. Gli eventi più estremi, cioè i picchi di maggiore intensità delle precipitazioni, emergono nella stessa area con valori massimi intorno al 1870, 1930 e 2003. Un aumento marcato dell’intensità delle precipitazioni riguarda anche le regioni liguri-tirreniche, comprese Toscana e Lazio, lungo tutto il periodo dal XIX secolo a oggi. Secondo lo studio, la causa principale di questo cambiamento è il riscaldamento globale, che sta modificando il modo in cui circolano le masse d’aria sopra l’Europa e il Mediterraneo. Le perturbazioni atlantiche arrivano meno spesso in Italia perché alcune grandi configurazioni atmosferiche, come l’anticiclone delle Azzorre, sono diventate più forti e bloccano le piogge. Allo stesso tempo, si è indebolito il sistema ciclonico del Golfo di Genova, che normalmente porta molta della pioggia nella penisola. Al quadro si aggiunge un Mediterraneo sempre più caldo che genera umidità ed energia a livello atmosferico: questo non fa aumentare la pioggia, ma rende le singole precipitazioni più intense e violente. “Questa combinazione, meno piogge ma più intense, delinea scenari futuri complessi - spiega Marco Luppichini - da un lato, il calo della precipitazione media riduce la capacità di ricarica delle falde, accentua la siccità estiva e mette sotto pressione i sistemi idrici, soprattutto nelle zone più popolate e agricole come la pianura Padana, le regioni tirreniche e l’entroterra appenninico. Dall’altro, l’aumento dell’intensità degli eventi meteorici amplifica la possibilità di frane, alluvioni improvvise e sovraccarichi delle infrastrutture urbane, con ricadute già oggi osservabili in molte aree del Nord-Ovest e del Tirreno centrale”. Nel dettaglio, negli ultimi due secoli l’andamento nelle sei grandi aree climatiche italiane è simile, anche se con intensità diverse. Nelle Alpi la quantità di pioggia è rimasta nel complesso stabile, ma sono aumentati gli episodi più intensi. La Pianura Padana e l’Alto Adriatico sono l’area dove il cambiamento è più evidente, con forti cali delle precipitazioni totali e un aumento continuo dell’intensità. L’Adriatico centro-meridionale ha visto una diminuzione delle piogge e una forte variabilità dell’intensità, che risale negli ultimi vent’anni. Le regioni liguri e tirreniche mostrano un leggero ma costante calo delle precipitazioni e un aumento regolare della loro intensità. Nell’Appennino centro-meridionale le piogge diminuiscono nettamente dal Novecento, mentre l’intensità cresce in modo irregolare. Anche il Sud e la Sicilia confermano il trend nazionale: dopo un primo aumento, le piogge totali si stabilizzano e calano negli anni Ottanta, mentre l’intensità cresce soprattutto negli ultimi decenni. “Comprendere queste dinamiche è fondamentale per progettare misure di adattamento efficaci - conclude Bini - A causa del riscaldamento globale, gli andamenti che abbiamo rilevato nelle serie storiche potrebbero accentuarsi nei prossimi decenni rendendo lo scenario futuro ancora più instabile, con meno piogge ed episodi più estremi”.