(Adnkronos) - Gli Stati Uniti stanno valutando possibili scenari di cooperazione con la Groenlandia, tra cui un accordo di libera associazione (Cofa), simile a quelli già siglati con Micronesia, Isole Marshall e Palau nel Pacifico. Secondo esperti e diplomatici, citati dal Wall Street Journal, applicare lo stesso modello alla Groenlandia risulterebbe però più complesso, a causa del diverso contesto storico, politico e geopolitico dell’isola. Negli ultimi 40 anni, i 'compact' nel Pacifico hanno garantito miliardi di dollari di aiuti e vantaggi ai cittadini locali – tra cui la possibilità di vivere, lavorare e arruolarsi negli Stati Uniti – in cambio di controllo sulla difesa e accesso a basi militari strategiche, come radar e poligoni di prova. Questi accordi hanno sostenuto le economie locali e rafforzato la presenza americana in aree sensibili, ma non sono mancati problemi, legati alla gestione dei fondi, alla migrazione e ai servizi pubblici. La Groenlandia, con circa 57.000 abitanti, è meno popolosa della Micronesia e mantiene un forte legame con la Danimarca, alleata degli Stati Uniti e membro Nato, che gestisce difesa e finanziamenti. Un eventuale Cofa, discusso come alternativa a un’acquisizione diretta da parte americana, richiederebbe prima l’indipendenza dall’autorità danese, consentendo a Nuuk di negoziare autonomamente eventuali accordi con Washington. Anche se gli Stati Uniti possiedono già basi in Groenlandia (Thule/Pituffik), un accordo di libera associazione offrirebbe pagamenti diretti più generosi e diritti esclusivi di difesa. Molti esperti lo considerano però improbabile a causa dell'opposizione locale. Alan Tidwell, dell'Università di Georgetown, sottolinea che prima di discutere un accordo di libero associazionismo sarebbe opportuno affrontare la questione dell'indipendenza dell’isola, evitando pressioni coercitive e possibili tensioni nell’Artico e in Europa settentrionale.
(Adnkronos) - "L'ipotesi di una Groenlandia a stelle e strisce è tornata prepotentemente al centro dell'agenda globale nel 2026. Non esiste un prezzo di mercato. Secondo un report pubblicato da Nbc News dove si citano fonti vicine all’amministrazione Trump, una valutazione ipotetica potrebbe essere di circa 700 miliardi di dollari, ma il valore strategico è incalcolabile. Gli effetti economici di questa mossa ridisegnerebbero gli equilibri mondiali su tre livelli distinti. Per gli Stati Uniti, l'operazione non sarebbe una spesa, ma un investimento sulla sopravvivenza tecnologica. Il vero asset è ciò che si trova sotto al ghiaccio: 1,5 milioni di tonnellate di terre rare". Così Diego Toffoli, responsabile investimenti di Intermonte advisory & gestione, conversando con Adnkronos/Labitalia sul 'valore' della Groenlandia per gli Usa. Intermonte è una Investment banking firm leader in Italia e punto di riferimento nel segmento delle mid & small caps. Secondo Toffoli, "inoltre, sebbene l'estrazione sia costosa e attualmente limitata per motivi ambientali, si stima che al largo delle coste ci siano circa 31 miliardi di barili equivalenti tra petrolio e gas". "Acquisire la Groenlandia significherebbe spezzare il monopolio cinese sui materiali indispensabili per chip, batterie e difesa. A ciò si aggiungerebbe il controllo delle future rotte artiche, il 'Canale di Panama del Nord', che promette di rivoluzionare la logistica globale riducendo tempi e costi dei trasporti tra Asia e Occidente e generando enormi entrate daziarie e logistiche. È un’assicurazione sulla supremazia americana per i prossimi cinquant’anni", aggiunge. Per l'esperto al contrario "per l'Europa e la Danimarca, l'equazione sarebbe in perdita. Se, da un lato, Copenaghen risparmierebbe 600 milioni all'anno di sussidi, dall’altro perderebbe il suo status di potenza artica riducendo il suo peso diplomatico nella Nato e nelle relazioni internazionali a quasi zero. Nello scenario attuale, l'ipotesi di acquisto è legata a minacce di dazi Usa contro i Paesi europei (fino al 10-25%). Se l'affare non andasse in porto e i dazi scattassero, l'Ue potrebbe subire una contrazione del pil stimata tra lo 0,1% e lo 0,2%, con la Germania tra i Paesi più colpiti", aggiunge. Secondo Toffoli, "per i 57.000 abitanti della Groenlandia, l’impatto sarebbe drastico. L’economia locale, oggi sussidiata da Copenaghen e basata sulla pesca (90% dell'export), verrebbe travolta da un’iniezione di capitali senza precedenti. Gli investimenti Usa in infrastrutture (aeroporti, porti, reti digitali) sarebbero massicci, molto superiori a quanto la Danimarca possa permettersi. L'economia attuale verrebbe stravolta dall'industria mineraria".
(Adnkronos) - “Non esiste un olio cattivo o un olio buono. L'importante è variare molto nella dieta perché tutti gli acidi grassi e tutti i grassi hanno un loro ruolo biologico e nutrizionale ben specifico. Quindi è inutile demonizzare un olio piuttosto che un altro”.A dirlo è Sebastiano Banni, professore ordinario di fisiologia presso l'università di Cagliari, al seminario organizzato oggi dall’Unione italiana per l’Olio di palma sostenibile (Uiops) e delll’Associazione italiana dell'industria olearia (Assitol) nell’ambito del Sigep, il Salone internazionale dedicato a Gelato, Pastry&chocolate, coffee, bakery e pizza, a Rimini. Un incontro organizzato per presentare il Position Paper "Olio di palma sostenibile: nutrizione e sicurezza alimentare", recentemente adottato dal Comitato Tecnico Scientifico Uiops. “C'è spesso una demonizzazione soprattutto verso l’olio di palma - fa notare Banni - L’acido palmitico in esso contenuto è il più presente nel nostro corpo e il più presente nella nostra dieta, indipendentemente dall'olio di palma. Il latte umano - ricorda - contiene tantissimo palmitico che svolge delle funzioni nutrizionali e biologiche fondamentali”, conclude.