Bolzano, Italia?
Premetto che non sono uno di quegli italiani che quando va in Alto Adige (Sud
Tirolo), si sente subito discriminato nei negozi o nei bar, rispetto alla popolazione
locale.
Tutt’altro, frequento questi posti da più di trent’anni e posso dire
che mai ho avuto la benché minima sensazione di essere trattato con meno gentilezza
e riguardo degli altoatesini (sudtirolesi).
Anzi, se le altre regioni d’Italia copiassero anche solo una parte della loro professionalità e del loro modello di business turistico, farebbero dei notevoli passi in avanti.
Quello che ho invece notato negli sex bhabhi desiultimi anni (ne è un esempio il caso politico esploso alcuni giorni fa a proposito dei cartelli turistici solo in tedesco), è il progressivo, e secondo me del tutto volontario, allontanamento dalla lingua e dalla cultura italiana. Questo mi sembra emerga nel loro recente comportamento, altrimenti schizofrenico e poco market-oriented.
Infatti perché proprio in Alto Adige, dove è massiccia la presenza turistica di Lombardi, Veneti, Toscani, Romani, ecc. si è deciso di rifare tutti i cartelli dei sentieri alpini nella sola lingua tedesca?
Non è forse utile a quella metà di “ospiti” non tedeschi che girano per i boschi sapere, in condizioni meteorologiche avverse, quanto dista il primo “rifugio”? Non è solo un problema di bilinguismo, peraltro obbligatorio in Alto Adige. È una questione di elementare sicurezza; non tutti sanno infatti che rifugio si dice “Hutte”, come non tutti sanno che per tornare ad Ortisei devono cercare le indicazioni per “St. Ulrich”!
Altro esempio. Piacevole serata di musica tirolese con un eccellente quartetto, stand gastronomici tipo october fest, molti residenti in costume, moltissimi turisti italiani presenti. Lo speaker deve aver annunciato in modo molto spiritoso i pezzi visto che la metà dei presenti rideva di gusto. Peccato che l’altra metà non abbia capito una sola parola di tedesco e sia rimasta esclusa.
Ultimo episodio che conferma che il problema, in realtà, non è solo linguistico.
Stanco del solito, buonissimo speck, in un supermercato di Brunico ho chiesto del prosciutto. Il cartello sul banco ne indicava due tipi, il “San Daniele” e un non meglio specificato “prosciutto estero”. Incuriosito, ho chiesto di dove fosse quest’ultimo.
“Di Parma” la (sorprendente?) risposta.









Domenica scorsa (22 marzo) io e mio marito siamo andati a Bolzano per vedere lo spettacolo “La montagna incantata” dei monaci Shaolin Kung Fu.
Questo spettacolo è stato messo in scena a Bolzano al Palasport ed il giorno seguente a Trento all’Auditorium Santa Chiara, ma noi non potevamo assistere a Trento.
Prima dello spettacolo due giovani monaci passavano tra il pubblico per vendere una brochure con il programma; ce l’avevano scritta solo in tedesco, e noi abbiamo pensato: va bene, può darsi che quella in italiano non era disponibile, e l’abbiamo acquistata ugualmente.
Alle 20,30 puntualissimo inizia lo show. E la voce fuori campo parla in tedesco. Siamo rimasti un attimo perplessi, sperando che poi dicessero la versione italiana, ed invece nulla. Per le due ore di spettacolo tutto ci è stato propinato in tedesco, al quanto ci siamo sentiti amareggiati, delusi ed anche un po’ arrabbiati. Non siamo in Austria, e nemmeno in Germania, siamo in Italia!!!
Rispetto le minoranze etniche, ma questo non mi sembra giusto. Gli altoatesini capiscono comunque tutti l’italiano, a differenza di noi che capiamo poco o nulla il tedesco, per cui che bisogno c’era di realizzare uno spettacolo tutto in lingua tedesca? Non è venuto loro in mente che potevano essere presenti delle persone che venivano da altre province o addirittura da altre regioni?
Se non altro all’acquisto dei biglietti (sia in prevendita che all’entrata) avrebbero dovuto specificare che lo spettacolo era solo in lingua tedesca, ed allora non ci saremo andati.
E’ mai possibile che varcato il confine con la provincia di Trento, sembri di essere all’estero? Che entrando in un bar, o ristorante, o negozio, od in qualsiasi altro esercizio pubblico, ti venga rivolta prima la parola in tedesco anziché in italiano? Ma siamo o non siamo in Italia?
Penso che tra le persone che leggono ci ne saranno sicuramente tante che si sono trovate in analoghe situazioni.
Allora gli altoatesini non possono dire di essere discriminati, quando sono i primi a discriminare i loro, pur sempre, connazionali, negando l’evidenza, e cioè che anche loro sono inequivocabilmente italiani!
Unica consolazione: lo spettacolo è stato meraviglioso, ed i monaci insuperabili.
Se vi capita, andate a vederlo, perché merita veramente!
Minaccia che, se il ministro fosse coerente, dovrebbe risolvere producendo a spese del contribuente italiano i 40.000 cartelli e inviando l'esercito a sistemarli dopo averne individuato le relative posizioni.
Spero che il suo boss l'abbia richiamato a più miti consigli, infatti non se ne sente più parlare, per fortuna. Altrimenti sarebbe stata guerra con l'Alto Adige? Forse Fitto, per la sua giovane età, non ricorda i tralicci abbattuti dalle forze separatiste altoatesine.
Un'ultima considerazione: quando vado in montagna, mi porto sempre dietro una carta dei sentieri dove sicuramente i nomi sono indicati in doppia lingua.
Il mio punto di vista sull’argomento è questo: l’italianità degli alto atesini/sudtirolesi è universalmente accettata e visibilmente “sbandierata” (è il caso di dirlo) quando partecipano alle Olimpiadi o compiono imprese memorabili. Tutti ricordano Carolina Kostner alle Olimpiadi invernali di Torino, le scalate Messner, le medaglie di Gustavo Thoeni, o più recentemente di Alex Schwazer, ecc. D’altronde sono passati 65 anni dalla fine della seconda guerra mondiale e, volenti o nolenti, quei territori fanno definitivamente parte della Repubblica Italiana. Esattamente come, per motivi simmetrici ma opposti, Fiume e Pola non ne fanno più parte. Gli altoatesini, a differenza del periodo fascista che provò ad integrarli forzatamente annullandone la cultura, godono oggi di un rispetto culturale assoluto e di vantaggi economici e fiscali che nessun altro cittadino o impresa italiana può vantare. E’ il prezzo necessario per una pacifica convivenza, seguita a lotte sanguinose e mediazioni di governi precedenti, aperti e lungimiranti.
Gli altoatesini sono, nella stragrande maggioranza, di cultura austriaca-tirolese. La cultura italiana non è nel loro DNA come non lo era quella francese prima che arrivassero gli italiani. E’ evidente che non si puo’ chiedere a un popolo di cambiare lingua e tradizioni a comando come si cambia un abito (solo il fascismo aveva osato tanto!).
A questo punto le strade a mio avviso so due: o si consolida questa pacifica convivenza che ha portato negli anno ad un notevole sviluppo economico della regione, attraverso forme più avanzate e innovative di integrazione (le nuove generazioni non parlano quasi più l’italiano!) o si riaprirà prima o poi, sull’onda delle forti spinte autonomistiche che incassano successi in molte aree dell’Europa, una nuova “questione sudtirolese”.