Chi ha detto che l’Arno lava più bianco?
Quando mi sono trasferito a Firenze, quasi un anno fa, ero certo che una risciacquatina
al mio italiano troppo a lungo bagnato nel Tevere, prima o poi, qualcuno me
l’avrebbe data.
Si sa quanto i fiorentini siano orgogliosi della loro lingua, specialmente da
quando lo stesso Alessandro Manzoni ne decretò pornmobileufficialmente la
purezza.
Con il passare del tempo però il mio “timore reverenziale” per
tanta innata proprietà di linguaggio ha cominciato a trasformarsi in un
crescente dubbio.
La prima volta è successo in un bar, mentre gustavo una schiacciatina
(da noi si direbbe pizzetta).
“Com’è?” mi chiede un amico fiorentino entrato proprio
in quel momento. “Buonissima” gli rispondo, pensando che la volesse
anche lui. “No, volevo dire come stai?”. Proprio così! Qui
per chiedere come va (la salute, il lavoro, ecc.) dicono semplicemente “com’è?”.
Sintesi geniale, anche se non proprio chiarissima.
La seconda volta mi è capitato per strada sentendo un papà (che qui si chiama rigorosamente babbo) dire alla figlia di cinque anni “dammi la manino che dobbiamo attraversare”. Non è un refuso, avete letto bene; se esiste la parola mano che finisce con la “o” nel vohabolario fiorentino esiste evidentemente anche manino.
La terza volta, al mercato. Se avete finito di fare la spesa e volete il conto, basta rispondere “altro” quando vi chiedono “e poi?”. Qui “altro”, contrariamente ad altre parti d’Italia linguisticamente meno evolute, vuol dire “nient’altro”, “basta così”.
Un’altra stravagante espressione è “in collo”.
A Roma ad esempio, prendere un bambino in collo, vuol dire metterlo sulle spalle,
cioè con
le gambe intorno al collo appunto. A Firenze no; ‘prendere in collo’ vuol
dire semplicemente ‘prendere in braccio’…
Infine, i congiuntivi. Piaga nazionale, ma non per i fiorentini. Mentre nel resto
d’Italia sono praticamente scomparsi, qui li usano sempre. Ma proprio sempre!
Anche per dire, ad esempio, “Ho saputo che i tuoi amici vengano domani”.









Ahinoi...