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Il rinnovo del contratto dei giornalisti.

30 Nov 2006

Il rinnovo del contratto dei giornalisti.Rinnovo del contratto dei giornalisti, posizione del Governo e del Parlamento sui temi dell'editoria e contributi alle imprese elettorali sono tre elementi fortemente interconnessi che hanno caratterizzato gli ultimi giorni del panorama editoriale italiano.I giornalisti scioperano per il rinnovo di un contratto di lavoro scaduto da diversi mesi, gli editori hanno un atteggiamento di sostanziale chiusura perché vogliono ottenere dai loro dipendenti una sempre maggiore elasticità nelle politiche di impiego e dal Governo il rinnovo di quelle provvidenze all'editoria (la Federazione degli editori parla più elegantemente di "riforma" del sistema editoriale) che sembravano essere arrivare al capolinea.E se da una parte negli ultimi giorni il Governo ha incassato la disponibilità di Fieg e Fnsi a collaborare alla riforma, attesa per la primavera 2007, dall'altra la vertenza per il rinnovo del contratto dei giornalisti non si riesce a sbloccare: a fronte del sì della Fnsi, gli editori ribadiscono il loro no alla richiesta di "contestualità" tra il tavolo sul contratto e il riassetto del settore."Non ci sono le condizioni per riprendere la trattativa", ripete continuamente il presidente della Fieg, Boris Biancheri, pur riconoscendo la necessità di "vigilare, perché le relazioni industriali vanno comunque normalizzate". Un rifiuto bollato come "grave" dalla Fnsi, che valuta proprio in questi giorni la situazione dopo un periodo di agitazioni che ha pesato moltissimo sulle buste paga della categoria e sui fatturati pubblicitari.Il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega sul settore Riky Levi ed il ministro del Lavoro Cesare Damiano macinano incontri informali e riunioni formali, con la Fieg (rappresentata da Biancheri e dal direttore generale Fabrizio Carotti) e la Fnsi (con il segretario Paolo Serventi Longhi e il presidente Franco Siddi a guidare la delegazione).Al tavolo, nel tentativo di sbloccare la situazione incartata, il governo ha portato "un termine specifico e impegnativo, contestualità", ha spiegato Levi, nella convinzione che "debbano andare di pari passo il lavoro sulla riforma dell'editoria", che sarà varata con un apposito Disegno di Legge dopo "un'approfondita consultazione di tutte le categorie interessate", e "il dialogo per il rinnovo del contratto". Ma ancora la situazione non accenna a sbloccarsi: c'è piena condivisione da Fieg e Fnsi "su impianto, metodo e tempi della riforma", ma pesa il no degli editori "sulla possibilità che ci siano oggi le condizioni per avviare in modo positivo il negoziato".Soldi al mondo editoriale sono concordi quasi tutti a darne (tranne il ministro dell'Economia), ma la forma da scegliere non è per nulla facile: si deve evitare il rischio di sanzione europea per contributi che sarebbero inaccettabili per le regole comunitarie. E mentre alcuni Cdr, come quello del Gruppo Espresso, proclamano uno sciopero delle firme in tutte le testate, resta aperto invece il tavolo sull'Inpgi, punto su cui gli editori sono pronti a proseguire il confronto. Si aspetta inoltre la risposta della Fieg a un'altra proposta del Governo: aprire un tavolo, anche solo una tantum, per valutare l'impatto sul settore delle norme contenute nella Finanziaria e di quelle che potrebbero venire nel 2007 sugli ammortizzatori sociali.Su un fronte editori e giornalisti si trovano dalla stessa parte: le critiche alla Finanziaria e ai tagli all'editoria. "Una legge organica di settore - sottolinea la Fieg - non può prescindere da una adeguata copertura finanziaria così come gli stanziamenti previsti dalla legge Finanziaria, nella versione approvata dalla Camera dei Deputati, non sono sufficienti neanche a garantire gli impegni già assunti per legge nei confronti delle imprese editoriali. Suscita poi particolare allarme la previsione degli stanziamenti per il triennio 2007-2009 che sono del tutto inadeguati a qualsiasi programmazione di politica editoriale".C'è da dire che i grandi editori distribuiscono utili agli azionisti, ma poi si trincerano dietro a piccoli editori in crisi per alzare la posta in gioco: così come le mille categorie che hanno protestato contro la Finanziaria (criticate dai giornali) anche l'editoria dice in sostanza: "noi sacrifici ne facciamo sempre e questa volta guardate da un'altra parte". Anche da parte dei giornalisti, di fronte al rischio che il testo della Finanziaria passi così com'è anche al Senato, si chiede al Governo "di ripristinare quella parte di provvidenze per i giornali politici e in cooperativa che sono state tagliate nella Finanziaria e di eliminare i tagli agli stanziamenti della Presidenza del Consiglio relativi alle convenzioni con le agenzie di stampa nazionali".L'opposizione, come ovvio, ci va giù dura e Paolo Bonaiuti, a proposito della Legge di bilancio, spiega che "l'allarme per l'editoria si sposta dalla Camera al Senato: ed è un allarme rosso. Non bastavano i 40 milioni di euro portati via in silenzio dal decreto Bersani-Visco del luglio scorso - aggiunge - adesso vengono addirittura tagliati altri 50 milioni. Il guaio è che questa operazione brutale di cassa (che mai fu permessa nei cinque anni di nostro governo) non prevede alcuna strategia per l'editoria. Il Governo perciò deve reintegrare i fondi al Senato se vuole evitare il fallimento di decine e decine di testate, soprattutto piccole e medie: ma questo sembra il nostro auspicio, non la volontà dei responsabili di governo".Da Palazzo Chigi arriva acqua sul fuoco: "Siamo impegnati ad ottenere un miglioramento della Finanziaria nel passaggio al Senato", assicura Levi. In particolare, si punta a recuperare 40 milioni tagliati ai fondi del Die e a rivedere il taglio orizzontale alle spese di tutti i dicasteri che influirebbe in modo negativo sulle disponibilità dello stesso Dipartimento.Intanto le agitazioni proseguono ed il mondo politico guarda con preoccupazione ad una vertenza che rischia di avvelenarsi sempre di più. Padoa Schioppa non ci pensa per nulla a riaprire i cordoni della borsa e riprendere i finanziamenti a pioggia a giornali più o meno bisognosi. E agitazione c'è soprattutto tra i giornalisti delle sei o sette agenzie di stampa nazionali che prendono soldi in ragione di una convenzione con la Presidenza del Consiglio o con la Farnesina.Tutti sono preoccupati, a partire dal presidente della Camera che dice: "E' un interesse generale che vengano rimossi tutti gli elementi che possono contribuire a ridurre gli spazi di informazione e intervenire anche negativamente sul numero e sulla diffusione delle agenzie di stampa"."In una fase in cui gli operatori dell'informazione già soffrono per il mancato rinnovo del contratto - dice ancora Fausto Bertinotti - una misura che restringesse gli spazi del pluralismo dell'informazione risulterebbe certamente dannosa, non solo alla condizione lavorativa dei giornalisti, ma anche ai bisogni della più larga e plurale capacità di informazione sui fatti del Paese".Purtroppo ci si dimentica che Paesi nei quali le agenzie di stampa ed i giornali non prendono alcun contributo stanno nella graduatoria sulla "libertà di stampa" assai più avanti dell'Italia. Libertà di stampa vuol dire autonomia finanziaria di giornali e giornalisti, ed in Italia troppo spesso lo si è dimenticato.

Di Antonio Riva
Amministratore Delegato di Ferpress srl
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