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Nelle commissioni parlamentari si è cominciato a parlare di editoria.

27 Ott 2006

Nelle commissioni parlamentari si è cominciato a parlare di editoria.È stato il sotttosegratario alla Presidenza del Consiglio con la delega all'informazione Riky Levi a buttarla li come spunto di riflessione: proviamo a vedere se si possono buttare via un po' meno soldi? Possiamo ipotizzare una grande agenzia di stampa nazionale che raggruppi competenze, esperienze, reti estere e tecnologie al posto di tante piccole agenzie sostenute dallo Stato? Accoglienza fredda dei parlamentari, alzata di scudi nelle redazioni. E l'uomo di Prodi deve subito dire che no, il governo di centro-sinistra non ce l'ha con la libera stampa.È toccato al sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio dei ministri Ricardo Franco Levi in materia di editoria esporre la linea del Governo presieduto da Romano Prodi che ritiene necessario predisporre un intervento organico che raggruppi tutte le norme che regolano i contributi per l'editoria. Verrà predisposto, dopo un confronto con le Commissioni parlamentari, il testo di un Decreto Legislativo che dovrà regolare l'intera materia dei contributi, ora spezzettata in una ragnatela di provvedimenti che solo recentemente qualcuno si è preso il gusto di mettere in fila l'uno di seguito all'altro.E sull'argomento è già aperto lo scontro politico. Di ridurre o razionalizzare l'impegno dello Stato verso l'editoria se ne parla da anni, ma nessuno fino ad oggi è riuscito a porre un freno al continuo allargamento dell'area contributiva che raggiunge agenzie di stampa, giornali e radio di partito, giornali di associazioni e movimenti politici, testate dirette agli italiani all'estero, alle minoranze linguistiche e via di seguito.La storia comincia trent'anni fa. C'è un giornale gestito da una cooperativa di giornalisti (il Manifesto), ha una sua diffusione nazionale ma stenta a star dietro ai costi della distribuzione nelle più sperdute province italiane. Ed ha poca pubblicità, soprattutto da parte delle tantissime "centrali di spesa" della pubblica amministrazione che privilegiano i giornali più importanti, quelli locali o quelli dai quali si può avere un occhio di riguardo soprattutto nei periodi elettorali. Viene varato un provvedimento di Legge che consente a questo tipo di giornali (editi da cooperativa di giornalisti) di ottenere un rimborso sulle spese di acquisto della carta e di riduzione delle spese postali. Ci vuol poco ed anche i giornali di partito si aggiungono all'elenco (erano gli anni in cui uscivano l'Unità, il Popolo, la Voce Repubblicana, L'Umanità, l'Avanti ed il Secolo d'Italia).Anno dopo anno si passa dai contributi per l'acquisto della carta ai contributi "e basta" e, soprattutto, all'estensione dei benedici anche alle "testate di cooperative speciali già organi di movimento politico con due parlamentari" (Il Foglio, Il Giornale, Libero, Il Roma, Il Borghese ed innumerevoli altri) alle testate per i non vedenti (circa 40), ai giornali per gli italiani all'estero (circa 130) ed a quelle "prevalentemente diffuse all'estero (una trentina) e via via in un fiume di contributo pubblico a giornali spesso illeggibili, talvolta finti e dei quali quasi mai si sente la necessità. Ma la libertà di stampa è salva e l'accesso al credito non è tanto difficile, soprattutto da parte di chi gira attorno alla politica ed ha bisogno di sbarcare il lunario senza spremere troppo il cervello. Soldi ce n'è per tutti, per piccoli e grandi e persino per "quotidiani italiani teletrasmessi in paesi diversi da quelli membri dell'Unione Europea". Chi ne beneficia? Gruppo Espresso e RCS che incassano rispettivamente (i dati sono del 2003) un milione e trecentomila € e 714 mila € per la stampa delle edizioni internazionali di Repubblica e Corriere della Sera in una decina di tipografie sparse nel mondo.Contributi arrivano anche alle agenzie di stampa: un fiume che sembrerebbe destinato a prosciugarsi se, come sembra, l'Italia sarà costretta ad uniformarsi alle normative europee. Ad Ansa, Adn Kronos, Agi, Radiocor, Dire, APCom, Asca ecc. arrivano sia grazie ai contributi che lo Stato concede ad innumerevoli radio e televisioni locali per il rimborso delle spese di abbonamento alle agenzie, sia attraverso le cosiddette Convenzioni editoriali con la Presidenza del Consiglio che trasferisce direttamente i soldi a tutte le agenzie di stampa nazionali per garantirsi la pubblicazione delle notizie di interesse pubblico e per avere i terminali di agenzia nelle sue sedi ed in quelle dei ministeri. Con la disponibilità di fondi per le "convenzioni" le agenzie si sono moltiplicate e c'è sempre qualcuna che dice "perché a me no?"Era stato proprio il sottosegretario Levi, qualche settimana fa parlando alla Commissione Trasporti, poste e telecomunicazioni della Camera dei Deputati, a dire che sarebbe meglio per le principali agenzie di stampa mettersi assieme per diventare una grande testata in grado di competere a livello europeo. Coprono tutte le stesse notizie, fanno lo stesso lavoro, non ci sono grandi contrasti di politica editoriale e tutte ricevono un sostanzioso contributo pubblico che tra poco l'Europa ci contesterà.Apriti cielo: attacco alla libertà di stampa e marcia indietro rapida. E per ora tutto prosegue come prima. Per ora.Per tutti i lettori che vogliono saperne di più consiglio di andare a guardare le tabelle dei contributi sul sito della Presidenza del Consiglio http://www.governo.it/GovernoInforma/Dossier/contributi_editoria_2006/index.html

Di Antonio Riva
Amministratore Delegato di Ferpress srl
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