INFORMAZIONIAlessandro Aceto |
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(Adnkronos) - Il 2025 è stato un anno positivo per il mercato dei mutui, dato certificato dall’aumento dei principali indicatori, come emerso dall’osservatorio congiunto Facile.it - Mutui.it, a partire dall’importo medio richiesto dagli aspiranti mutuatari, cresciuto del 3% su base annua e arrivato a 138.538 euro. Positivi anche i dati legati ai più giovani che, nonostante le difficoltà oggettive con cui spesso devono fare i conti, hanno rappresentato una fetta fondamentale per il settore dei mutui; nel 2025, secondo l’osservatorio, il 39% delle richieste totali di finanziamento arrivava da un under 36 (percentuale in aumento del 7% rispetto al 2024), mentre se si guarda ai mutui prima casa, 1 richiesta su 2 arriva da un aspirante mutuatario con meno di 36 anni di età. Fondamentale, in questo senso, è stato il Fondo Garanzia Prima Casa; secondo i dati dell’Osservatorio Facile.it, più di un under 36 su tre (35%) ha fatto ricorso alla garanzia statale per presentare domande di finanziamento all’istituto di credito. Sul fronte dell’offerta, nel 2025 le banche hanno mantenuto condizioni favorevoli. Il tasso variabile, a seguito dei tagli della Bce, è diminuito diventando l’opzione più conveniente del mercato. Il fisso, che invece si è mosso al rialzo trainato dall’andamento dell’Irs (l’indice di riferimento europeo per questo tasso), è comunque rimasto su livelli sostenibili ed è stato la scelta preferita da più di 9 italiani su 10, anche grazie alle politiche degli istituti di credito, che hanno spinto questa tipologia di tasso contenendo gli spread applicati. Nel 2025 gli italiani hanno confermato il loro amore per il mattone e anzi, anche grazie al sostegno dei mutui, è aumentato il numero di compravendite che, secondo i dati dell’Agenzia delle Entrate nei primi 9 mesi del 2025, sono aumentate del 9%. Fondamentale nel sostenere il mercato è stato il settore dei mutui; la percentuale di chi ha comprato casa tramite un finanziamento è cresciuta arrivando a superare il 47% nel terzo trimestre dello scorso anno. Guardando più da vicino ai dati emersi dall’osservatorio di Facile.it e Mutui.it si scopre che, nel 2025, il valore medio dell’immobile oggetto di mutuo è stato pari a circa 208.500 euro, stabile rispetto al 2024, mentre sono aumentati la durata media del finanziamento, passata da 24 a 25 anni, e l’Ltv (loan to value), passato da 71% a 73%. Significativo l’andamento delle surroghe: il peso percentuale delle richieste è diminuito del 20% su base annua, passando dal 29% del 2024 al 23% del 2025. Un calo dettato dall’andamento dei tassi; da un lato il variabile che è diminuito riducendo così la platea di mutuatari che potevano ottenere un vantaggio cambiando tasso, dall’altro il fisso che a seguito delle oscillazioni dello scorso anno ha ridotto ulteriormente i benefici legati a questa operazione. Se si limita l’analisi ai soli mutui richiesti per la prima casa emerge che è aumentato sia l’importo medio richiesto, pari a 145.018 euro (+4%), sia il valore medio dell’immobile, che ha raggiunto i 198.728 euro (+4%). Rimangono sostanzialmente stabili, invece, l’età media del richiedente (37 anni e mezzo) e la durata del piano di ammortamento (26 anni). Secondo le simulazioni di Facile.it e Mutui.it oggi per un finanziamento medio da 126.000 euro da restituire in 25 anni a copertura del 70% del valore dell’immobile le migliori offerte a tasso fisso disponibili online partono da un tasso (Tan) del 3,23% con rata di 613 euro. I tassi sono sensibilmente migliori per gli immobili di classe A o B, con i mutui green che partono da tassi (Tan) pari a 2,85% e una rata di 588 euro. Per la surroga, invece, il miglior Tan disponibile online è pari al 3,51% (rata di 631 euro). Per quanto riguarda i tassi variabili, come detto, oggi risultano essere i più convenienti; le migliori offerte online, per un mutuo medio, partono da un tasso (Tan) pari a 2,29%, corrispondente ad una rata di 552 euro, quindi 61 euro in meno rispetto alla migliore fissa. Per gli immobili di classe A o B i tassi variabili green partono invece da 2,19%, con una rata di 546 euro.
(Adnkronos) - “L’importanza dell’edizione di gennaio di questa fiera risiede soprattutto nel fatto che è dedicata in modo particolare ai clienti internazionali e, come è noto, il nostro settore vive di export, come dimostra il fatto che circa il 90% del fatturato settoriale provenga appunto da esso”. Lo ha detto Maria Cristina Squarcialupi, presidente nazionale Confindustria Federorafi, partecipando oggi all’inaugurazione di Vicenzaoro January 2026, la manifestazione fieristica fiore all’occhiello dell’intera filiera del settore orafo, gioielliero e orologiero, a Vicenza fino al 20 gennaio. “Il settore orafo nel 2025 ha avuto una battuta d'arresto, dopo tre anni di grande espansione, e i dati relativi ai primi nove mesi dell'anno segnano un -15,2%, una flessione dovuta a diversi fattori, come l'instabilità geopolitica, la grande volatilità del prezzo dei metalli preziosi e le tariffe imposte dagli Stati Uniti - prosegue - Se noi proiettassimo questi dati al 31 dicembre 2025, vedremmo una perdita netta di circa 2 miliardi in termini di export. Il 2026 non si apre con i migliori auspici: oro e argento hanno raggiunto valori inimmaginabili e, in più, sono sorte altre tensioni geopolitiche, come quella che interessa l’Iran, che sta destabilizzando il Medio Oriente, nostro mercato di riferimento”. “Ci aspettiamo quindi un 2026 ancora incerto e complesso. Confido però nella capacità del settore di reagire, di ripartire e di rimescolare le carte, fermandosi un attimo per capire veramente come affrontare questi nuovi scenari - conclude - Noi siamo la terza manifattura al mondo per quanto riguarda la gioielleria, dopo colossi come Cina e India, e questo grazie alle competenze, alla creatività e alla qualità dei nostri produttori. Le aziende stanno continuando a crescere, soprattutto dimensionalmente. Stiamo infatti vivendo un periodo in cui l'aggregazione sembra la chiave per poter vincere in questi tempi complessi”.
(Adnkronos) - In Italia piove meno ma in modo più violento. È questo il quadro delineato da un nuovo studio dell’Università di Pisa, firmato da Marco Luppichini e Monica Bini del Dipartimento di Scienze della Terra e pubblicato sulla rivista internazionale Atmospheric Research. La ricerca ha analizzato per la prima volta oltre 200 anni di dati pluviometrici provenienti da archivi storici e reti strumentali moderne per ricostruire l’evoluzione delle piogge in sei grandi aree climatiche italiane. Dai risultati emerge che le minori quantità di pioggia si registrano soprattutto in Pianura Padana e nell’Alto Adriatico, con tre grandi minimi storici attorno al 1820, 1920 e 1980. Gli eventi più estremi, cioè i picchi di maggiore intensità delle precipitazioni, emergono nella stessa area con valori massimi intorno al 1870, 1930 e 2003. Un aumento marcato dell’intensità delle precipitazioni riguarda anche le regioni liguri-tirreniche, comprese Toscana e Lazio, lungo tutto il periodo dal XIX secolo a oggi. Secondo lo studio, la causa principale di questo cambiamento è il riscaldamento globale, che sta modificando il modo in cui circolano le masse d’aria sopra l’Europa e il Mediterraneo. Le perturbazioni atlantiche arrivano meno spesso in Italia perché alcune grandi configurazioni atmosferiche, come l’anticiclone delle Azzorre, sono diventate più forti e bloccano le piogge. Allo stesso tempo, si è indebolito il sistema ciclonico del Golfo di Genova, che normalmente porta molta della pioggia nella penisola. Al quadro si aggiunge un Mediterraneo sempre più caldo che genera umidità ed energia a livello atmosferico: questo non fa aumentare la pioggia, ma rende le singole precipitazioni più intense e violente. “Questa combinazione, meno piogge ma più intense, delinea scenari futuri complessi - spiega Marco Luppichini - da un lato, il calo della precipitazione media riduce la capacità di ricarica delle falde, accentua la siccità estiva e mette sotto pressione i sistemi idrici, soprattutto nelle zone più popolate e agricole come la pianura Padana, le regioni tirreniche e l’entroterra appenninico. Dall’altro, l’aumento dell’intensità degli eventi meteorici amplifica la possibilità di frane, alluvioni improvvise e sovraccarichi delle infrastrutture urbane, con ricadute già oggi osservabili in molte aree del Nord-Ovest e del Tirreno centrale”. Nel dettaglio, negli ultimi due secoli l’andamento nelle sei grandi aree climatiche italiane è simile, anche se con intensità diverse. Nelle Alpi la quantità di pioggia è rimasta nel complesso stabile, ma sono aumentati gli episodi più intensi. La Pianura Padana e l’Alto Adriatico sono l’area dove il cambiamento è più evidente, con forti cali delle precipitazioni totali e un aumento continuo dell’intensità. L’Adriatico centro-meridionale ha visto una diminuzione delle piogge e una forte variabilità dell’intensità, che risale negli ultimi vent’anni. Le regioni liguri e tirreniche mostrano un leggero ma costante calo delle precipitazioni e un aumento regolare della loro intensità. Nell’Appennino centro-meridionale le piogge diminuiscono nettamente dal Novecento, mentre l’intensità cresce in modo irregolare. Anche il Sud e la Sicilia confermano il trend nazionale: dopo un primo aumento, le piogge totali si stabilizzano e calano negli anni Ottanta, mentre l’intensità cresce soprattutto negli ultimi decenni. “Comprendere queste dinamiche è fondamentale per progettare misure di adattamento efficaci - conclude Bini - A causa del riscaldamento globale, gli andamenti che abbiamo rilevato nelle serie storiche potrebbero accentuarsi nei prossimi decenni rendendo lo scenario futuro ancora più instabile, con meno piogge ed episodi più estremi”.