(Adnkronos) - La firma del Partenariato UE-India per la Sicurezza e la Difesa, avvenuta a margine del 16° vertice Unione europea–India insieme all’Accordo di libero scambio, segna un passaggio chiave nel riposizionamento strategico di Bruxelles e Nuova Delhi in un contesto globale sempre più instabile. Accanto alla dimensione economica, emerge con forza quella geopolitica, marittima, industriale e tecnologica, in un quadro che intreccia Indo-Pacifico, Mediterraneo, connettività e autonomia strategica. Ne parlano con l'Adnkronos Giulio Terzi di Sant'Agata, ambasciatore e presidente della Commissione Politiche dell’Unione europea del Senato, e Vas Shenoy, Chief Representative per l’Italia della Indian Chamber of Commerce. Dalla riduzione delle dipendenze strategiche europee alla diversificazione delle alleanze indiane, dal ruolo dell’IMEC alla sicurezza marittima, fino al contenimento delle nuove penetrazioni sino-pakistane nel Mediterraneo, l’intervista ricostruisce le ragioni profonde di un’intesa che va ben oltre il commercio. Il 16° vertice Ue–India è stato definito quello della “madre di tutti gli accordi commerciali”. Si è parlato molto di libero scambio, ma c'è anche il partenariato su sicurezza e difesa. Un salto di qualità nel rapporto tra Unione europea e India. L’Accordo di libero scambio crea un mercato integrato tra due grandi democrazie che insieme rappresentano circa due miliardi di persone e quasi un quarto del PIL mondiale. Ma senza una cornice di sicurezza condivisa, quella integrazione resterebbe vulnerabile. Il Partenariato UE-India per la Sicurezza e la Difesa riconosce che oggi commercio, sicurezza e stabilità geopolitica sono dimensioni inseparabili. È un atto di realismo strategico: le catene del valore, le rotte marittime, le infrastrutture critiche e le tecnologie avanzate non possono prosperare senza un ambiente sicuro, prevedibile e fondato su regole condivise. Quanto conta il contesto internazionale nella conclusione proprio ora di questo accordo? Conta moltissimo, e nulla è casuale. L’Europa è ormai pienamente consapevole della necessità di ridurre le proprie dipendenze strategiche, in particolare dalla Cina, e di rafforzare i legami con partner affidabili che condividono valori democratici e una visione multilaterale dell’ordine internazionale. In questo quadro, l’India emerge come interlocutore naturale: è una potenza democratica centrale nell’Indo-Pacifico, un attore chiave nelle catene globali del valore e un protagonista geopolitico in rapida ascesa. Per Bruxelles, rafforzare il legame con Nuova Delhi significa investire nella stabilità di una regione che è ormai vitale anche per la sicurezza europea. E dal punto di vista indiano? Per l’India il momento è altrettanto favorevole. Dopo l’inizio della guerra di aggressione russa contro l’Ucraina, Nuova Delhi ha avviato una riflessione profonda sulla necessità di ridurre la dipendenza strategica da Mosca, pur senza rinnegare la propria autonomia decisionale. Questo ha accelerato la ricerca di partner alternativi, affidabili e tecnologicamente avanzati. L’India sta inoltre rafforzando la propria proiezione marittima, non solo verso est, nel Mar Cinese Meridionale, ma anche lungo le rotte dell’Oceano Indiano e dell’asse Indo-Mediterraneo, che è sempre più centrale per i flussi commerciali ed energetici globali. Nel vostro ragionamento entra anche la costruzione di nuovi equilibri regionali in Asia occidentale? L’India si muove per costruire nuove alleanze con Paesi e blocchi che condividono il primato del dialogo, il rispetto del diritto internazionale e il principio della non aggressione preventiva. L’accordo di difesa con gli Emirati Arabi Uniti è stato un primo tassello, aprendo la strada a un asse Emirati–India–Israele in Asia occidentale, con una chiara funzione di bilanciamento rispetto al blocco saudita-pakistano. Questo ridisegno degli equilibri regionali ha inevitabilmente riflessi anche sugli interessi europei. A preoccupare l’Europa è anche il Mediterraneo. In che modo questa dinamica entra nel partenariato con l'India? C’è uno sviluppo meno visibile ma estremamente rilevante: il crescente coinvolgimento del Pakistan nel Mediterraneo attraverso l’accordo con il generale Khalifa Haftar per la fornitura di armamenti di origine cinese. Questa intesa estende di fatto la cordata strategica sino-pakistana, inclusa la dimensione tecnologica e nucleare, fino alle porte del Mediterraneo, che è uno spazio di diretto interesse strategico europeo. In questo contesto, il partenariato di difesa con l’India rafforza l’UE come fornitore strategico di Nuova Delhi, ma offre anche a Bruxelles una proiezione più credibile nell’Indo-Pacifico e in Asia occidentale, contribuendo al contenimento di nuove penetrazioni ostili nello spazio mediterraneo. Entriamo nel merito dell’accordo. Cosa prevede concretamente su sicurezza e difesa? Prevede anzitutto l’istituzione di un dialogo annuale, che consente un confronto strutturato e continuativo. A questo si affianca una cooperazione rafforzata in settori chiave come la sicurezza marittima, la resilienza cibernetica e il contrasto al terrorismo. Non si tratta di un’intesa simbolica, ma di una risposta concreta alla crescente complessità delle minacce globali, che oggi sono ibride, transnazionali e tecnologicamente sofisticate. La dimensione marittima sembra centrale Le principali rotte commerciali mondiali attraversano choke point sempre più esposti a tensioni geopolitiche, come Bab el-Mandeb e lo Stretto di Malacca. L’intensificarsi della competizione strategica lungo queste direttrici rende indispensabile una maggiore coordinazione tra Unione europea e India. Rafforzare la sicurezza marittima significa aumentare la resilienza collettiva e contribuire alla stabilità di una regione che non è più “lontana”, ma direttamente connessa agli interessi economici e di sicurezza europei. C’è anche una forte dimensione industriale. Che opportunità apre questo accordo? Il patto apre la strada a un coinvolgimento più strutturato dell’industria della difesa indiana nel mercato europeo, creando opportunità di cooperazione industriale, innovazione e interoperabilità. È l’espressione di una nuova concezione di autonomia strategica europea: non isolamento, ma capacità di agire e proteggersi attraverso partenariati selettivi fondati su interessi e valori condivisi. Per l’India, significa accesso a know-how avanzato; per l’Europa, significa diversificare e rafforzare la propria base industriale e tecnologica. La sicurezza si intreccia anche con la connettività. Che ruolo ha l’Imec in questo quadro? Un ruolo cruciale. L’accordo di sicurezza, affiancato al libero scambio, riporta al centro dell’agenda l’India-Middle East-Europe Economic Corridor, lanciato durante il G20 indiano del 2023, con l’Italia tra i primi firmatari grazie all’azione del Governo Meloni. In un briefing successivo al vertice, il Segretario agli Esteri indiano Vikram Misri ha sottolineato come la connettività sia un elemento chiave dell’agenda UE-India, confermando la volontà di portare avanti l’IMEC e di elevarne il livello decisionale fino a un vertice politico dei Paesi coinvolti. L’IMEC nasce anche come alternativa strategica alle rotte di Suez e Bab el-Mandeb, oggi sempre più esposte a tensioni geopolitiche e attori non statali. Anche sul piano militare-operativo ci sono novità importanti. La Presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha annunciato l’avvio di esercitazioni navali congiunte tra Ue e India, con un focus specifico sulla lotta alla pirateria e sulla protezione delle rotte marittime critiche. È un segnale molto chiaro di convergenza strategica in un contesto di competizione globale sempre più intensa. Per una cooperazione così profonda servono anche strumenti giuridici adeguati. Ed è per questo che sono stati avviati i negoziati su un Accordo UE-India sulla Sicurezza delle Informazioni, che consentirà lo scambio di informazioni classificate. Questo passaggio è essenziale per sviluppare una cooperazione credibile in ambiti sensibili come le tecnologie della difesa, la cybersicurezza e l’intelligence. Il partenariato tocca anche la sicurezza interna. È previsto un rafforzamento del coordinamento tra le agenzie indiane e le istituzioni europee, tra cui Europol e Eurojust, oltre a una cooperazione più stretta nella lotta alla criminalità organizzata e al traffico di droga. Le parti si sono impegnate a condividere buone pratiche sulla prevenzione della radicalizzazione, sul contrasto al finanziamento del terrorismo e sull’uso improprio delle tecnologie emergenti da parte di gruppi estremisti. In conclusione, qual è il messaggio strategico più forte che emerge da questo partenariato? La riaffermazione di un impegno comune per un Indo-Pacifico libero, aperto e basato su regole, fondato sul diritto internazionale e sulla Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare. È un messaggio chiaro, volto a contrastare la crescente assertività cinese nella regione. Per dare sostanza a questa visione, UE e India hanno deciso di avviare consultazioni dedicate all’Indo-Pacifico e di rafforzare la cooperazione in forum regionali come l’Indian Ocean Rim Association e l’Indo-Pacific Oceans Initiative. In sintesi, non è solo un accordo tra partner: è una dichiarazione di responsabilità strategica condivisa.
(Adnkronos) - Tappa torinese del roadshow di Cdp e Confindustria per illustrare l’intesa siglata lo scorso settembre e finalizzata a sostenere le imprese del territorio. Obiettivo dell’incontro unire le forze per dare nuovo impulso allo sviluppo economico e sociale del Piemonte e rispondere alle sfide che le aziende devono affrontare, accorciando le distanze tra istituzioni e territori. Durante l’evento sono state illustrate le priorità dell’accordo, tra cui sviluppo delle infrastrutture per la transizione energetica e per l’economia circolare, supporto agli investimenti delle imprese in innovazione e digitalizzazione, rilancio del Mezzogiorno e rafforzamento dell’autonomia strategica nazionale della filiera aerospaziale e della difesa a cui si aggiunge il sostegno alla promozione dell’imprenditoria giovanile nonché a tutte quelle attività volte alla riduzione dei divari territoriali per uno sviluppo economico più equilibrato. Gli obiettivi verranno perseguiti da Cdp e Confindustria lavorando alla definizione di nuovi strumenti di finanza alternativa e di sostegno all’accesso al credito che prevedano anche l’impiego di risorse pubbliche e di terzi, oltre che di natura comunitaria. La collaborazione promuoverà inoltre l’utilizzo di strumenti di equity, rafforzando l’espansione del Private Equity e del Venture Capital, lo sviluppo di iniziative per il credito agevolato e il potenziamento del sistema nazionale di garanzia, oltre che soluzioni residenziali a condizioni sostenibili per i dipendenti a basso reddito e con esigenze di mobilità lavorativa. Cdp e Confindustria potranno poi condividere l’impegno per sostenere la crescita all’estero delle aziende piemontesi attraverso gli strumenti dedicati all’export e all’internazionalizzazione dando slancio alle principali filiere strategiche locali e nazionali. Infine, verrà promossa la partecipazione del tessuto imprenditoriale ai progetti dedicati alla cooperazione internazionale con particolare attenzione ai mercati del Continente africano. Alla tappa torinese del roadshow, che segue quelle di Roma, Cagliari, Bologna, Firenze e Bari, hanno partecipato il presidente e l’ad di Cdp, Giovanni Gorno Tempini e Dario Scannapieco, il vicepresidente di Confindustria per il Credito, la Finanza e il Fisco, Angelo Camilli, il presidente di Confindustria Piemonte Andrea Amalberto e il presidente dell’Unione Industriali Torino Marco Gay insieme a numerosi rappresentanti del mondo dell’imprenditoria locale.
(Adnkronos) - “L’economia circolare non è solo gestire i rifiuti per farli far diventare una risorsa, cosa pure importante. È un modo di pensare e di operare, una cultura che riguarda l’intero ciclo di vita dei prodotti. È qualche cosa di rivoluzionario”. A dirlo è Livio De Santoli, prorettore per la Sostenibilità all’Università Sapienza di Roma, che all’Adnkronos sottolinea la necessità di fare un cambio di mentalità, da parte sia delle persone che dei decisori. Per De Santoli, occorre infatti passare da un approccio consumistico e lineare (rifiuti come scarti) a una visione circolare (rifiuti come risorse) che integri ambiente, società ed economia, superando il greenwashing e assumendosi la responsabilità personale e collettiva per la crisi climatica. E occorre farlo applicando questo nuova “tipologia di vita”, a “tutto”. Intanto, lungo lo Stivale si stanno avendo “dei buoni risultati nel campo della gestione dei rifiuti — vedo che ormai le percentuali nelle città stiano veramente arrivando a dei valori elevati”, evidenzia il prorettore. L’economia circolare è in effetti un settore dove “l’Italia è sempre stata all’avanguardia” e dove “avrà sicuramente un grande ruolo”, sottolinea il prorettore. Per dare qualche cifra, secondo i dati Conai l’Italia nel 2024 ha riciclato il 76,7% di imballaggi immessi sul mercato, pari a 10,7 milioni di tonnellate. Nel dettaglio, sono state riciclate oltre 435.500 tonnellate di acciaio, 62.400 tonnellate di alluminio, 4.605 milioni di tonnellate di carta e cartone, 2.314 milioni di tonnellate di legno, 1.131 milioni di tonnellate di plastica convenzionale e 47.500 tonnellate di bioplastica compostabile – per un totale di 1.179 milioni di tonnellate – e quasi 2.103 milioni di tonnellate di vetro. Da segnalare il risultato del settore della plastica, che ha superato nel 2024 l’obiettivo del 50% di riciclo fissato dall’Unione Europea per il 2025. Sommando i dati relativi al recupero energetico a quelli relativi al riciclo, la quantità totale di imballaggi a fine vita recuperati supera i 12 milioni di tonnellate : l’86,4% degli imballaggi immessi sul mercato. Questi risultati non arrivano per caso. “L’Italia ha già una tradizione industriale e artigianale che favorisce l’efficienza, e questo può diventare un vantaggio competitivo”, osserva De Santoli. Il Paese è stato “pioniere anche sul fronte dell’efficienza energetica”: già dagli anni Settanta esistevano politiche avanzate, e oggi, sottolinea il prorettore, registriamo “una delle intensità energetiche più basse d’Europa, dimostrando che è possibile crescere consumando meno energia”. E a proposito di Europa: nell’ultimo anno, in nome della competitività, Bruxelles ha avviato un’opera di semplificazione che, partendo da una necessità su cui tutti concordano – recuperare terreno rispetto ai competitor, in primis Stati Uniti e Cina – rischia secondo alcuni di distruggere lo sforzo verso un mondo più verde, oltre al ruolo di leader globale della transizione energetica ed ecologica che l’Unione si è costruita negli ultimi anni. De Santoli è tra chi la pensa così: “Mi auguro che si trovi un equilibrio, perché non si può cancellare un lavoro di cinque anni”. “Siamo vicini al traguardo 2030 e dobbiamo continuare fino al 2050. Alcuni Paesi sono sulla buona strada, l’Italia un po’ meno, ma non ha alternative: seguire la transizione energetica e digitale è l’unico modo per garantire sviluppo industriale, riduzione dei costi e nuova occupazione”.