Milano Serravalle Milano Tangenziali spaSocietà concessionaria autostradale gestisce l'Autostrada A7 nel tratto compreso tra Milano e Serravalle Scrivia, le Tangenziali di Milano (A50, A51, A52), il raccordo di Bereguardo e la Tangenziale di Pavia |
Milano Serravalle Milano Tangenziali spaSocietà concessionaria autostradale gestisce l'Autostrada A7 nel tratto compreso tra Milano e Serravalle Scrivia, le Tangenziali di Milano (A50, A51, A52), il raccordo di Bereguardo e la Tangenziale di Pavia |
(Adnkronos) - Il nuovo sistema di ingresso e uscita di Schengen (Ees), introdotto per rendere le frontiere dell'Ue meno permeabili all'immigrazione irregolare, continua a causare "ritardi significativi" per chi viaggia usando gli aeroporti europei e, in assenza di interventi, si rischia un'estate da incubo per chi vuole visitare l'Ue, con code di oltre "quattro ore". E' l'allarme lanciato da Aci Europe (Airports Council International), A4E (Airlines for Europe) e Iata (International Air Transport Association), che hanno scritto al commissario europeo agli Affari Interni e Migrazioni, Magnus Brunner per avvertire che, "in assenza di un intervento immediato per garantire una flessibilità sufficiente, si prospettano gravi disagi durante i mesi estivi di punta, con code che possono raggiungere anche le 4 ore". Nella lettera, le associazioni del settore segnalano "i persistenti tempi di attesa eccessivi, fino a due ore, ai controlli di frontiera aeroportuali, come previsto dall'attuale fase di implementazione progressiva dell'Ees (che prevede la registrazione del 35% di tutti i cittadini di Paesi terzi che entrano nell'area Schengen)". Identificano tre problemi "critici" che aggravano i ritardi dell'Ees: la "cronica carenza di personale" nei controlli di frontiera, "problemi tecnologici irrisolti", soprattutto per quanto riguarda l'automazione delle frontiere, e l'utilizzo "molto limitato" dell'app di preregistrazione Frontex da parte degli Stati Schengen. Le associazioni avvisano che, "se non si interviene immediatamente per risolvere queste problematiche critiche, le registrazioni Ees obbligatorie di tutti i valichi di frontiera durante l'alta stagione estiva, in particolare a luglio e agosto, comporteranno tempi di attesa fino a 4 ore o più". Le associazioni, dunque, esortano la Commissione Europea a confermare che gli Stati membri Schengen manterranno la possibilità di sospendere parzialmente o totalmente l'Ees fino alla fine di ottobre 2026. Nell'ambito dell'approccio progressivo definito dal regolamento, ricordano, "i meccanismi di sospensione non saranno più disponibili oltre l'inizio di luglio. Ad oggi, non è ancora chiaro se tale sospensione possa ancora essere attivata con la necessaria flessibilità alle condizioni stabilite dal Codice di controllo delle frontiere Schengen per l'allentamento dei controlli di frontiera". Per Olivier Jankovec, direttore Generale di Aci Europe, Ourania Georgoutsakou, amministratrice delegata di A4E e Thomas Reynaert, vicepresidente senior per gli Affari Esteri di Iata, "esiste una totale discrepanza tra la percezione delle istituzioni dell'Ue secondo cui l'Ees funziona bene e la realtà, ovvero che i viaggiatori extra-Ue stanno subendo ritardi e disagi enormi". Questa situazione, continuano, "deve cessare immediatamente. Dobbiamo essere realistici su ciò che accadrà durante i mesi estivi di punta, quando il traffico negli aeroporti europei raddoppia. L'implementazione dell'Ees deve essere flessibile per reagire alle realtà operative. Questo è un prerequisito assoluto per il suo successo e per salvaguardare la reputazione dell'Ue come destinazione efficiente, accogliente e desiderabile".
(Adnkronos) - "Nel 2025 registriamo una crescita di volumi del 9% e transazioni a +7,7%: un risultato sostenuto dall’ingresso di nuovi clienti (+27%) e da un tasso di fidelizzazione del 98%, che conferma la solidità del nostro modello e il valore riconosciuto dal mercato. Il nostro portafoglio clienti è sempre più diversificato, le aziende continuano a viaggiare, ma con un controllo più stringente della spesa. Utilities, trasporti e logistica e pubblica amministrazione guidano il mix, a dimostrazione della nostra capacità di gestire esigenze settoriali complesse e fortemente regolamentate. Guardando al 2026, la priorità è l’espansione internazionale, siamo l’unica travel management company italiana con un progetto così ampio". Così, con Adnkronos/Labitalia, Giorgio Garcea, Chief commercial and operations officer di Cisalpina Tours International (Cti), sull'andamento dell'azienda in un mercato, quello del business travel, che come emerso dall'Osservatorio business travel 2026 (mercato Italia), attraversa una fase di rallentamento in Italia nel 2025, a causa di dazi, tensioni geopolitiche, differenziazione di strategie aziendali e politiche commerciali protezionistiche da parte dei governi. Fenomeni che hanno spinto le aziende a privilegiare trasferte locali o in Paesi con minori criticità. In questo contesto, secondo gli analisti emerge un picco di viaggi verso gli Stati Uniti nel primo semestre 2025, probabilmente legato alla chiusura di contratti prima dell’introduzione di nuove tariffe doganali. Ma le strategie di Cisalpina per il futuro sono chiare: "affiancheremo lo sviluppo di servizi premium e vip concierge, visto che la domanda evolve verso soluzioni sempre più tailor made: trasferte mirate per top management e funzioni tecniche e una maggiore razionalizzazione degli spostamenti del middle management". In un mercato complesso, Cti registra quindi risultati in controtendenza. Dal travel value (volume d’affari lordo) di 300 milioni di euro del 2015, la società ha raggiunto 640 milioni nel 2025 e opera già in 9 Paesi. La composizione delle aziende clienti evidenzia una maggiore attenzione alla spesa pur mantenendo frequenza di trasferte: al vertice utilities (29%), trasporti e logistica (25%), servizi (16%), a conferma della capacità di Cti di gestire esigenze verticali e complesse. Secondo Garcea "le aziende oggi viaggiano in maniera più consapevole: i top manager e i responsabili tecnici si spostano con maggiore frequenza, ma il middle management pianifica le trasferte con attenzione, ottimizzando i costi". Altro tema in evidenza, l’Osservatorio evidenzia criticità sul Duty of Care, con il 45% delle aziende che ne ha conoscenza parziale o nulla e solo il 45% delle aziende consapevoli che dispone di una travel policy conforme agli obblighi di legge. Garcea sottolinea: "Proteggere i dipendenti in viaggio non è solo un dovere morale o legale, ma un investimento nella continuità operativa e nella reputazione aziendale. Il nostro approccio proattivo intende preparare le imprese al rischio, offrendo soluzioni orientate alla mitigazione, andando oltre la gestione dell’emergenza. Dal periodo post-Covid, le trasferte verso destinazioni con fattori di rischio sono aumentate del 36%: consapevolezza e prevenzione diventano prioritarie per tutti", conclude.
(Adnkronos) - L’olio minerale usato è un rifiuto pericoloso che se smaltito in modo scorretto può essere altamente inquinante: versato nel terreno avvelena la falda acquifera, disperso in acqua forma una pellicola impermeabile che impedisce lo scambio di ossigeno con danni alla vita acquatica, se bruciato in modo improprio rilascia inquinanti. In Italia viene, però, raccolto al 100%, riportato a nuova vita e trasformato, principalmente, in nuove basi lubrificanti grazie ad un modello di economia circolare che funziona e che rappresenta un’eccellenza globale osservata anche all’estero per la sua efficacia. A raccontare la filiera del riciclo degli oli esausti è all’Adnkronos Riccardo Piunti, presidente del Conou, Consorzio Nazionale per la Gestione, Raccolta e Trattamento degli Oli Minerali Usati. “Il ciclo degli oli minerali usati in Italia è il più virtuoso che ci sia nel mondo: è un'eccellenza sia a livello europeo sia rispetto ad altri Paesi occidentali come gli Stati Uniti. In Italia raccogliamo la totalità degli oli minerali usati (190mila tonnellate all’anno) e li rigeneriamo per il 98%. I dati complessivi di altri Paesi non sono altrettanto brillanti: in Europa la raccolta copre l'80% del raccoglibile, il che significa che c'è un 20% che non si sa bene che fine faccia, e di questo 80% ne viene rigenerato solo il 60%. Negli Stati Uniti, l'olio raccolto arriva a circa l'80%, di questo solo il 50% viene rigenerato”, rimarca Piunti. Un risultato ottenuto grazie ad una filiera che funziona. Qualche dato dall’ultimo report di Sostenibilità: il Consorzio, nel 2024 ha recuperato 188mila tonnellate di oli usati con circa 6907 conferimenti (operazioni) con autobotte, risultato delle attività di raccolta dei 58 Concessionari che hanno ritirato il rifiuto presso circa 103mila produttori e siti in tutto il Paese. Queste 188mila tonnellate sono state poi cedute in maggior parte alle tre raffinerie di rigenerazione; solo una parte (2.400) è stata destinata a termovalorizzazione mentre un quantitativo minimo di circa 200 tonnellate è stato avviato a termodistruzione a un inceneritore autorizzato. Un ciclo che funziona, con vantaggi di natura sia economica che ambientale. “Noi recuperiamo da un rifiuto pericoloso circa 120 milioni di euro l'anno di prodotti nobili, cioè di basi lubrificanti riutilizzabili, di bitumi e di gasoli - sottolinea Piunti - Dal punto di vista ambientale risparmiamo emissioni per oltre il 40% della CO2 (90mila tonnellate di CO2 equivalente evitate) e il 90% di tutti gli altri inquinanti, mediamente, che altrimenti produrremo lavorando con la materia prima vergine”. Sul fronte economico-sociale, nel 2024 il sistema Conou ha, poi, generato un impatto diretto di oltre 73,4 milioni di euro, occupando oltre 1.850 persone.