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Cultura italiana

06 Lug 2020

- Occupiamoci, ancora una volta, della scadente qualità degli studenti italiani. Dopo l'intervento del vicepresidente della Banca d'Italia che di fatto ha considerato le migliori università italiane poco più di un ottimo liceo, ecco l'annuale deprimente ricerca OCSE.

Già in precedenza qualcuno ci aveva ricordato che nel nostro Paese solo un 30% della popolazione sa padroneggiare la lingua di padre Dante e adesso veniamo informati dello scarso spessore qualitativo dei nostri studenti che risultano all'ultimo posto in Europa nelle competenze alfabetiche e al penultimo nelle competenze matematiche.
In questo modo il 70% degli italiani possiede competenze al di sotto della soglia minima per vivere e lavorare nel XXI secolo.
Come non essere d'accordo con Tito Boeri quando definisce tutto questo un “enorme spreco di capitale umano”?
Qualche sospetto lo avevamo già avuto leggendo alcune tesi di laurea scritte in una lingua approssimativa o ascoltando certe risposte a domande banali come l'anno della scoperta dell'America o quello dello scoppio della seconda guerra mondiale.
Stiamo diventando non solo il Paese che edita il maggior numero di periodici dedicati interamente al gossip, ma anche quello dove tutti sanno tutto di tradimenti, amanti e figli ma pochi conoscono la tabellina del 9.
Esiste un futuro per un simile Paese? Un Paese in cui nessuno ha più tempo per ascoltare e nessuno conosce più nulla.
Persino nella pubblica amministrazione le parole assumono significati diversi. Il tempo? È la risorsa che il sistema pubblico sperpera in modo incredibile, impegnato come è a definire in commissioni e gruppi di lavoro il nostro ipotetico futuro. Il futuro? Viene dopo la pensione di tanti innovatori a parole che ci invitano ad avere una eterna pazienza. https://pornmobile.onlineLa pazienza? L'abbiamo già persa da tempo.
Ciononostante nessuna paura. Più la palude culturale si diffonde, più il Paese sembra governabile perché la gente finisce per accontentarsi entrando così nell'anticamera della rassegnazione.
Anche per questo innovazione e comunicazione pubblica segnano un pesante arretramento. L'una verso lo status quo e l'altra verso la propaganda. Trionfano non i conservatori, che sembra non siano mai esistiti, ma i falsi innovatori. Coloro che di fronte a fatti e cifre trovano sempre il modo per giustificare la lenta trasformazione della macchina pubblica da strumento del cambiamento a roccaforte della conservazione.
Una sola consolazione. Chi ancora si impegna nelle Istituzioni certamente non lo fa per questi cittadini da operetta, ma per tutti gli uomini e le donne che pretendono, a ragione, di vivere un Paese moderno e civile.
Sono questi gli eroi del terzo millennio e per questi, siamo certi, che il nostro impegno non sarà inutile.

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