Cultura italiana
Occupiamoci, ancora una volta, della scadente qualità degli studenti
italiani. Dopo l'intervento del vicepresidente della Banca d'Italia che di fatto
ha considerato le migliori università italiane poco più di un
ottimo liceo, ecco l'annuale deprimente ricerca OCSE.
Già in precedenza qualcuno ci aveva ricordato che nel nostro Paese
solo un 30% della popolazione sa padroneggiare la lingua di padre Dante e adesso
veniamo informati dello scarso spessore qualitativo dei nostri studenti che
risultano all'ultimo posto in Europa nelle competenze alfabetiche e al penultimo
nelle competenze matematiche.
In questo modo il 70% degli italiani possiede competenze al di sotto della soglia
minima per vivere e lavorare nel XXI secolo.
Come non essere d'accordo con Tito Boeri quando definisce tutto questo un “enorme
spreco di capitale umano”?
Qualche sospetto lo avevamo già avuto leggendo alcune tesi di laurea
scritte in una lingua approssimativa o ascoltando certe risposte a domande banali
come l'anno della scoperta dell'America o quello dello scoppio della seconda
guerra mondiale.
Stiamo diventando non solo il Paese che edita il maggior numero di periodici
dedicati interamente al gossip, ma anche quello dove tutti sanno tutto di tradimenti,
amanti e figli ma pochi conoscono la tabellina del 9.
Esiste un futuro per un simile Paese? Un Paese in cui nessuno ha più
tempo per ascoltare e nessuno conosce più nulla.
Persino nella pubblica amministrazione le parole assumono significati diversi.
Il tempo? È la risorsa che il sistema pubblico sperpera in modo incredibile,
impegnato come è a definire in commissioni e gruppi di lavoro il nostro
ipotetico futuro. Il futuro? Viene dopo la pensione di tanti innovatori a parole
che ci invitano ad avere una eterna pazienza. https://pornmobile.onlineLa pazienza? L'abbiamo già
persa da tempo.
Ciononostante nessuna paura. Più la palude culturale si diffonde, più
il Paese sembra governabile perché la gente finisce per accontentarsi
entrando così nell'anticamera della rassegnazione.
Anche per questo innovazione e comunicazione pubblica segnano un pesante arretramento.
L'una verso lo status quo e l'altra verso la propaganda. Trionfano non i conservatori,
che sembra non siano mai esistiti, ma i falsi innovatori. Coloro che di fronte
a fatti e cifre trovano sempre il modo per giustificare la lenta trasformazione
della macchina pubblica da strumento del cambiamento a roccaforte della conservazione.
Una sola consolazione. Chi ancora si impegna nelle Istituzioni certamente non
lo fa per questi cittadini da operetta, ma per tutti gli uomini e le donne che
pretendono, a ragione, di vivere un Paese moderno e civile.
Sono questi gli eroi del terzo millennio e per questi, siamo certi, che il nostro
impegno non sarà inutile.









