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T come tecnologia

06 Lug 2020

- Se persino “la Repubblica”, quotidiano particolarmente attento a tutto ciò che è nuovo e di moda o sta per diventarlo, ci informa che il fascicolo elettronico sanitario, sinora appannaggio di tre sole regioni (Lombardia, Emilia-Romagna e Sardegna), è disponibile per poco meno di un sesto della popolazione, allora la cosa si sta facendo davvero seria.

Ancora più seria se l'articolo è titolato: “Sanità digitale: è caos tra i server regionali”.
Cosa? Con tutti i miliardi sinora bruciati nel sacro fuoco dell'innovazione?
Siamo alle solite.
C'è una questione tecnologica essenziale per il futuro del Paese per la quale si inventano premi, si organizzano fiere e si propongono sperimentazioni portate avanti senza quasi mai misurarsi in termini di servizio pubblico generalizzato.
Poi esiste una realtà sempre più urgente che richiede in un progetto tecnologico semplificato e per un pubblico vasto. Questo doppio binario è alimentato con le poche risorse dedicate alla ricerca, lasciando così, ancora una volta, senza una risposta convincente servizi fondamentali per il nostro futuro.
E' certamente affascinante conoscere le modalità tecnologiche con cui, ad esempio , la Norvegia si pone di fronte a questo passaggio epocale, senza mai dimenticare che in quel Paese, ma non solo, il numero degli abitanti è di poco superiore a quello di un paio di città italiane.
Per cambiare davvero le cose risulta sempre più evidente lo stretto rapporto tra innovazione e tecnologia. Quello che sembra mancare è una diversa forma mentis, una visione del problema capace di produrre pochi progetti, ma di larghissimo utilizzo.
Mi sembra, invece, che sia carente una sorta di coraggio a sperimentare in grande.
Una capacità di pensare alla Pubblica Amministrazione collocata in una dimensione di avanguardia e che, limitandosi a tante piccole sperimentazioni, finisca per lasciare il passo ad un individualismo fuori dal tempo che viviamo. Un tempo nel quale competenze e professionalità https://pornmobile.onlinediverranno elementi sempre più essenziali in ogni azione.
Occorre ritrovare una sorta di energia attualmente sottovalutata e che anziché in una grande luce rischia di esaurirsi in mille scintille, promesse di un domani che rischiamo di non vedere mai.
Altrimenti la tecnologia finisce per essere sempre più distante, posta in una dimensione fatta di promesse, come la firma digitale, la comunicazione online e altri immaginifici obiettivi.
Il problema invece è quello di uscire da un purgatorio permanente scandito, anno dopo anno, da norme e decreti, che si ripetono con monotonia, la cui inutilità è facilmente intuibile.
Nessuno creda che le mie parole suonino come critica alla tecnologia pubblica.
La questione non può ridursi ad un sì o ad un no.
La tecnologia non deve restare materia per pochi intimi, ma deve diventare patrimonio ampio e condiviso per servizi diffusi e largamente utilizzati. Altrimenti la tecnologia resterà un'altra illusione, un alibi per burocrazie che si rinnovano a parole ma che rimangono ancorate, come sempre, alle carriere e ai livelli.

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