T come tecnologia
Se persino “la Repubblica”, quotidiano particolarmente attento a
tutto ciò che è nuovo e di moda o sta per diventarlo, ci informa
che il fascicolo elettronico sanitario, sinora appannaggio di tre sole regioni
(Lombardia, Emilia-Romagna e Sardegna), è disponibile per poco meno di
un sesto della popolazione, allora la cosa si sta facendo davvero seria.
Ancora più seria se l'articolo è titolato: “Sanità
digitale: è caos tra i server regionali”.
Cosa? Con tutti i miliardi sinora bruciati nel sacro fuoco dell'innovazione?
Siamo alle solite.
C'è una questione tecnologica essenziale per il futuro del Paese per
la quale si inventano premi, si organizzano fiere e si propongono sperimentazioni
portate avanti senza quasi mai misurarsi in termini di servizio pubblico generalizzato.
Poi esiste una realtà sempre più urgente che richiede in un progetto
tecnologico semplificato e per un pubblico vasto. Questo doppio binario è
alimentato con le poche risorse dedicate alla ricerca, lasciando così,
ancora una volta, senza una risposta convincente servizi fondamentali per il
nostro futuro.
E' certamente affascinante conoscere le modalità tecnologiche con cui,
ad esempio , la Norvegia si pone di fronte a questo passaggio epocale, senza
mai dimenticare che in quel Paese, ma non solo, il numero degli abitanti è
di poco superiore a quello di un paio di città italiane.
Per cambiare davvero le cose risulta sempre più evidente lo stretto rapporto
tra innovazione e tecnologia. Quello che sembra mancare è una diversa
forma mentis, una visione del problema capace di produrre pochi progetti, ma
di larghissimo utilizzo.
Mi sembra, invece, che sia carente una sorta di coraggio a sperimentare in grande.
Una capacità di pensare alla Pubblica Amministrazione collocata in una
dimensione di avanguardia e che, limitandosi a tante piccole sperimentazioni,
finisca per lasciare il passo ad un individualismo fuori dal tempo che viviamo.
Un tempo nel quale competenze e professionalità https://pornmobile.onlinediverranno elementi sempre
più essenziali in ogni azione.
Occorre ritrovare una sorta di energia attualmente sottovalutata e che anziché
in una grande luce rischia di esaurirsi in mille scintille, promesse di un domani
che rischiamo di non vedere mai.
Altrimenti la tecnologia finisce per essere sempre più distante, posta
in una dimensione fatta di promesse, come la firma digitale, la comunicazione
online e altri immaginifici obiettivi.
Il problema invece è quello di uscire da un purgatorio permanente scandito,
anno dopo anno, da norme e decreti, che si ripetono con monotonia, la cui inutilità
è facilmente intuibile.
Nessuno creda che le mie parole suonino come critica alla tecnologia pubblica.
La questione non può ridursi ad un sì o ad un no.
La tecnologia non deve restare materia per pochi intimi, ma deve diventare patrimonio
ampio e condiviso per servizi diffusi e largamente utilizzati. Altrimenti la
tecnologia resterà un'altra illusione, un alibi per burocrazie che si
rinnovano a parole ma che rimangono ancorate, come sempre, alle carriere e ai
livelli.









