Fare o fare finta?
Si racconta che nel regolamento della Regia Marina del Regno delle due Sicilie
esistesse un articolo intitolato “Facite ammuina”. Quando qualcuno
visitava una nave borbonica si ordinava all’intero equipaggio di attivare
una complessità di movimenti che dessero al visitatore la sensazione
di una costante azione, figlia di un continuo impegno.
Leggendo un intervento apparso su di un sito nato per valorizzare la comunicazione
online, abbiamo provato la stessa sensazione.
Gli autori, tre per un testo di mezza pagina, di tutto parlano tranne che di
comunicazione online.
Anzi, approfittando del palcoscenico loro offerto, ci ricordano che la pubblica
amministrazione ha molti problemi (ma chi l’avrebbe detto!) per colpa
di un certo combinato-disposto (come non immaginare l’espressione del
prof. Fioritto da sempre impegnato a combattere il burocratese).
Inutilmente un paziente lettore troverebbe possibili soluzioni al problema indicato,
né, tanto meno, le scorgerebbero gli attuali cinquantamila addetti alla
comunicazione pubblica, e le migliaia di neolaureati in questa disciplina.
Tutti, al contrario, troverebbero l’ennesima, quanto incomprensibile richiesta
per modificare la legge 150 del 2000.
Passano gli anni, nel caso specifico quasi 13, ma le esibizioni muscolari attorno
a questo provvedimento proseguono imperterrite da parte degli stessi che qualche
giorno dopo l’entusiastico accoglimento della nuova normativa, avanzavano
i primi dubbi sulla sua necessità.
Fu quello il primo segnale del “rompete le righe” per quel caotico
e spesso autoreferenziale movimento al quale, oggi lo possiamo dire, interessava
di più la qualifica di padre della legge che la sua attuazione.
Il motivo era che la legge non era in sintonia con i tempi. Tutti sanno però
che le leggi non applicate inevitabilmente diventano vibrator blowjob toy videoobsolete e che le leggi
che trattano questioni “in fieri” diventano rapidamente superate.
Anche per questo motivo esiste l’istituto della modifica. Ma allora i
soliti noti concordarono sull’esigenza di una legge completamente nuova
e adesso, anche per giustificare il trascorrere degli anni, si accontenterebbero
di qualche piccolo aggiustamento.
Crediamo di essere facili profeti nell’affermare che i comunicatori pubblici
non riceveranno, in tempi brevi, alcuna risposta positiva.
È la solita Italia che non cambia mai davvero ma si limita a rappezzare
le cose.
È la riproposizione dell’eterna idea di pensare alla pubblica amministrazione
come ad un indistinto contenitore che brucia speranze ed attese e che accumula
nuovi addetti senza definirne il numero, i ruoli e le competenze.
A tutto questo ci permettiamo di aggiungere un’ulteriore osservaziome
a coloro i quali suggeriscono modifiche e accorgimenti miracolistici senza mai
affrontare le vere difficoltà.
Quante nuove professioni dovranno essere indicate in materia di comunicazione
online (negli Stati Uniti ne sono state individuate ben 18)?
E gli oltre cinquantamila dipendenti e dirigenti già impegnati negli
URP, negli Uffici Stampa e nei Centri di informazione, quando e come verranno
sistemati?
Impegnarsi per nuove professioni senza prima evidenziare l’esatta dimensione
del problema, è come costruire una casa partendo dal terzo piano.
Certamente un’ardita opera di ingegneria, ma difficilmente praticabile.









