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Fare o fare finta?

06 Lug 2020

- Si racconta che nel regolamento della Regia Marina del Regno delle due Sicilie esistesse un articolo intitolato “Facite ammuina”. Quando qualcuno visitava una nave borbonica si ordinava all’intero equipaggio di attivare una complessità di movimenti che dessero al visitatore la sensazione di una costante azione, figlia di un continuo impegno.

Leggendo un intervento apparso su di un sito nato per valorizzare la comunicazione online, abbiamo provato la stessa sensazione.
Gli autori, tre per un testo di mezza pagina, di tutto parlano tranne che di comunicazione online.
Anzi, approfittando del palcoscenico loro offerto, ci ricordano che la pubblica amministrazione ha molti problemi (ma chi l’avrebbe detto!) per colpa di un certo combinato-disposto (come non immaginare l’espressione del prof. Fioritto da sempre impegnato a combattere il burocratese).
Inutilmente un paziente lettore troverebbe possibili soluzioni al problema indicato, né, tanto meno, le scorgerebbero gli attuali cinquantamila addetti alla comunicazione pubblica, e le migliaia di neolaureati in questa disciplina.
Tutti, al contrario, troverebbero l’ennesima, quanto incomprensibile richiesta per modificare la legge 150 del 2000.
Passano gli anni, nel caso specifico quasi 13, ma le esibizioni muscolari attorno a questo provvedimento proseguono imperterrite da parte degli stessi che qualche giorno dopo l’entusiastico accoglimento della nuova normativa, avanzavano i primi dubbi sulla sua necessità.
Fu quello il primo segnale del “rompete le righe” per quel caotico e spesso autoreferenziale movimento al quale, oggi lo possiamo dire, interessava di più la qualifica di padre della legge che la sua attuazione.
Il motivo era che la legge non era in sintonia con i tempi. Tutti sanno però che le leggi non applicate inevitabilmente diventano vibrator blowjob toy videoobsolete e che le leggi che trattano questioni “in fieri” diventano rapidamente superate.
Anche per questo motivo esiste l’istituto della modifica. Ma allora i soliti noti concordarono sull’esigenza di una legge completamente nuova e adesso, anche per giustificare il trascorrere degli anni, si accontenterebbero di qualche piccolo aggiustamento.
Crediamo di essere facili profeti nell’affermare che i comunicatori pubblici non riceveranno, in tempi brevi, alcuna risposta positiva.
È la solita Italia che non cambia mai davvero ma si limita a rappezzare le cose.
È la riproposizione dell’eterna idea di pensare alla pubblica amministrazione come ad un indistinto contenitore che brucia speranze ed attese e che accumula nuovi addetti senza definirne il numero, i ruoli e le competenze.
A tutto questo ci permettiamo di aggiungere un’ulteriore osservaziome a coloro i quali suggeriscono modifiche e accorgimenti miracolistici senza mai affrontare le vere difficoltà.
Quante nuove professioni dovranno essere indicate in materia di comunicazione online (negli Stati Uniti ne sono state individuate ben 18)?
E gli oltre cinquantamila dipendenti e dirigenti già impegnati negli URP, negli Uffici Stampa e nei Centri di informazione, quando e come verranno sistemati?
Impegnarsi per nuove professioni senza prima evidenziare l’esatta dimensione del problema, è come costruire una casa partendo dal terzo piano.
Certamente un’ardita opera di ingegneria, ma difficilmente praticabile.

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