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Quale tecnologia per la PA?

06 Lug 2020

- Non era difficile prevederlo. La mia posizione sul rapporto tecnologia e pubblica amministrazione ha suscitato la reazione di un signore che non conosco . Ammesso che esista, le sue parole meritano tuttavia una risposta.

Negli anni ‘90 quando con l’assessore Bonaga e pochissimi altri innovatori realizzai la rete civica del Comune di Bologna le avevo già sentite. Differenza fondamentale era che allora rappresentavano l’ultima trincea di una burocrazia in affanno e chiaramente incapace di adeguarsi ad una società che mutava rapidamente, mentre oggi pretenderebbero di indicare la via maestra di ogni cambiamento.

La verità è che per non fornire nuovi alibi, la discussione da farsi non sarebbe tecnologia sì tecnologia no, ma quale tecnologia serva alle nostre Istituzioni. Un conto, infatti, è la tecnologia tout court, un settore in costante evoluzione e dove l’innovazione è la parola d’ordine, altro è la tecnologia da applicare all’amministrazione pubblica, dove vigono regole precise, norme diverse e scarse risorse. Tutto ciò che non riesce a garantire questo delicato equilibrio finisce per rappresentare un ulteriore ritardo in quel processo che da anni chiamiamo cambiamento.

Su una questione mi si consenta di insistere: temo sempre quando gli italiani parlano di tecnologia. Non l’ho scoperto io, ma diversi anni fa il Censis dimostrò che ai nostri concittadini piace la tecnologia che rende più comoda la vita e non quella che modifica nel profondo la realtà.

Così, nella pubblica amministrazione, molti sono disponibili a raccontare di tecnologia, pochi a praticarla con coerenza e costanza.

Ogni racconto finisce per lasciare le cose come sono, ma consente di intravedere la facilità e la semplicità di come dovrebbero essere. Si fanno progetti che, quasi sempre, vengono abbandonati il mandato successivo, quando arriva un nuovo Sindaco, un nuovo Assessore, un nuovo Ministro. Si autocertificano professioni discutibili, si propongono iter amministrativi pressoché impraticabili, novità che durano lo spazio della conferenza stampa di presentazione.

Tutto questo, che porterebbe al fallimento anche la più virtuosa delle aziende private, nella pubblica amministrazione non produce né dubbi né interrogativi ma solo una piccola schiera di pretoriani che impiegano le loro giornate non al servizio del cittadino, ma alla diffusione del Verbo.

Capisco l’impopolarità di queste mie posizioni, ma questo è il tempo di dire le cose come stanno. Chi ricorda ancora certi progetti che alla prova dei fatti non sono stati né decisivi né risolutivi come la certificazione di qualità, la firma digitale, gli sportelli polifunzionali o Second Life?

Eppure qualcuno vi ha creduto, qualcuno ha fatto progetti, qualcuno si è messo in discussione in un mondo dove la regola è nascondersi dietro a codici e codicilli. Che spreco di https://pornmobile.onlineintelligenze e di entusiasmi.

Nessuna paura dunque della tecnologia anche se mi piacerebbe sapere dove si trovano le risorse, come si formano le professioni (18 quelle già individuate negli stati Uniti), quando avviene la trasformazione di un progetto in una pratica diffusa e di massa.

Molta preoccupazione, invece, per i “raccontatori”, una categoria che rischia di trasformare l’eterno tema della riforma della pubblica amministrazione in una sorta di Risiko tra ottimisti e pessimisti.

Ma intanto si preannuncia l’ennesimo tsunami anglofono: dovrebbero arrivare dirigenti smart, chief information office e tutte le meraviglie del digital life style. Come risuonano profetiche le parole del professore De Mauro che nelle settimane scorse ci ha ricordato come solo il 30% degli italiani padroneggi la lingua di padre Dante.

Uno dei primi interrogativi posto a chi studia Comunicazione è se sia meglio segnalare una curva o raddrizzare una strada. In attesa di una risposta definitiva, cominciamo a segnalare ai dipendenti pubblici e ai nostri cittadini che la tecnologia non va né demonizzata né idolatrata, ma, lo ripeto, va scelta in base alle caratteristiche sociali e culturali del territorio e agli obiettivi capaci di coniugare una nuova leva di addetti alla pubblica amministrazione con i mutevoli bisogni e le aspettative, non più rinviabili, dei cittadini.

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