Le parole sono pietre.
Diciamo subito che questa volta, il titolo dell’appuntamento quindicinale
non è mio, ma è quello di un famoso libro di Carlo Levi e appartiene
al tempo in cui i libri si leggevano per farsi un’idea delle cose e del
mondo attraverso gli occhi di grandi scrittori. Ma nessun titolo più
di questo esprime il senso vero della mia odierna riflessione.
Molto spesso e giustamente i comunicatori pubblici sono invitati ad agire
sul linguaggi burocratico che anziché rappresentare uno strumento per
capire e farsi capire finisce per essere una piccola fiera delle vanità,
un modo inutile e barocco per dimostrare di aver frequentato buone scuole e
fatto molte letture.
Ma i comunicatori sanno bene che dalla torre di Babele in poi nulla è
stato considerato più complicato che individuare una lingua comune (ci
si provò, nel primo e secondo dopoguerra, ma con scarso successo, con
l’esperanto) capace di dare significato e valore condivisi alle parole.
Questo è il tema odierno.
Credo non sia più possibile limitarsi https://pornmobile.onlinea passare dal complesso al semplice
delle parole. Questo esercizio lo hanno già fatto, con ottimi risultati,
il prof. Fioritto e il dott. De Mauro e con loro le tante commissioni ministeriali
per la semplificazione del linguaggio pubblico.
Oggi la questione non è più e solo semplificare secondo un processo
che consenta ad un sempre più vasto numero di persone di capire, ma occorre
saper raccogliere attorno alle parole quello che definirei un largo consenso,
una diffusa condivisione.
Una possibile chiave interpretativa potrebbe essere quella di scomporre e ricomporre
le parole secondo un moderno lessico proprio di una società dove alfabetizzazione
e istruzione, pur tra difficoltà e complessità di ogni genere,
hanno compiuto grandi passi in avanti negli ultimi anni.
Per esempio la parola “democrazia” siamo sicuri che abbia per tutti,
e sono tanti quelli che la pronunciano, l’identico significato? Perché
è dal significato, accettato e condiviso, che muove poi il gesto e l’azione.
“Democrazia” pronunciata da un docente, da un sindacalista, da un
operaio e da un evasore fiscale, penso abbia sfumature non so quanto profonde
e diverse, ma certamente coerenti con comportamenti e azioni inevitabilmente
diversi.
Allora una proposta.
Dedichiamo nei nostri corsi di formazione e aggiornamento un piccolo spazio
per riflettere su parole di cui spesso si abusa e per restituire loro significati,
valori ed etica comuni.
Collaborazione, partecipazione, innovazione, efficacia, efficienza e tante altre
ancora possono trovare un loro minimo comune denominatore, altrimenti finiranno
per diventare stracci che penzolano dai balconi di una società sempre
più pigra e autoreferente. Una società che oggi esalta Grillo,
come ieri Bossi, ma che poi deve chiamare altri a dolorosi lifting di onestà
e risparmio.









