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La qualità professionale non può prescindere da una buona formazione.

06 Lug 2020

- Parlare di formazione oggi è importante, giusto e prospettico, per il momento che stiamo vivendo. Ma necessitano alcune premesse che chiariscano gli scenari, collochino la tematica all’interno di unindian public outside videos contesto e tengano conto di questioni sociali e strutturali.

Si discute spesso di quanto sia fondamentale formare i giovani a favore di una loro identificabilità professionale e di una “appetibilità” che deve passare dall’apprendimento di un mestiere all’acquisizione di un “know-how”. Nel nostro Paese, purtroppo, non ci sono regole certe cui attenersi, che spieghino come fare ad appropriarsi di una professionalità riconosciuta, come nel resto d’Europa. Da noi “welfare” spesso non coincide con “pari opportunità”, imprenditorialità per le fasce giovani, de-burocratizzazione: questo ci penalizza.

Basti considerare che Paesi, recentemente aggiunti all’Unione Europea, come la Polonia, la Slovenia, la Croazia, hanno infrastrutture web più all’avanguardia di quanto lo siano le nostre, e che per questo ci sopravanzano sulle molteplici opportunità che dalla rete emergono (utilizzo marketing dei Social Network, intermediazione fra domanda e offerta di lavoro, etc.).

Tornando al cuore del discorso, ovvero alla formazione, a come erogarla, a chi proporla ed alle motivazioni che possono farne un elemento di differenziazione sul mercato del lavoro, occorre fare una distinzione su due macro-categorie di riferimento: la Pubblica Amministrazione e le aziende private. In Italia, la PA è ancora oggi “infagottata” in una miriade di formalismi burocratici che male si sposano con la necessità di dare un segnale di cambiamento, di adeguamento alle esigenze di un mercato difficile, in continuo divenire. Recenti studi hanno fatto emergere, ad esempio, dati preoccupanti sull’alfabetizzazione informatica di una consistente parte di pubblici dipendenti. E non si parla di assenza di formazione, perché se ne fa e anche molta. Si parla di formazione sbagliata nei contenuti e nei target di riferimento, effettuata non come apprendimento prima e costante aggiornamento poi, ma come evento a sé, separato da un piano di crescita nel tempo.

Nel nostro Paese, si parla molto della richiesta di personale qualificato (recenti dati della CGIA di Mestre parlano di decine di migliaia di posti vacanti), ma non di quanto poi tale dato non si tramuti in altrettante opportunità. E ciò anche perché ci si continua ad affidare all’auto-referenzialità (quante volte leggiamo su un cv “ottimo” o “eccellente” alla voce “conoscenza di una lingua straniera” per poi verificare l’inattendibilità di quanto dichiarato?). Si continua a discutere di quanto il nostro Paese venga “invaso” da lavoratori stranieri, ma non ci si chiede quanto si sia disposti a formare, nel sistema-scuola, tecnici, artigiani, elettricisti, etc.

Eyes cerca di concentrarsi su questo: coniugare una formazione adeguata ai reali fabbisogni, non conoscenze teoriche, ma la capacità di applicare ogni momento formativo a ciò che il mercato del lavoro richiede. Riteniamo che fondamentale sia la fase della valutazione, perché solo dall’individuazione delle potenzialità del singolo si può andare ad investire sulla scelta più adeguata delle competenze da erogare. Siamo più per la qualità delle ore di formazione che per la quantità delle stesse, che spesso è l’alibi di chi è chiamato a programmarla.

Siamo favorevoli, ad esempio, al sistema dei voucher individuali, in cui per il maggior costo ora/allievo si creano classi di 6/8 persone al massimo, con un livello qualitativo maggiore delle docenze erogate e con una migliore pianificazione del controllo di quanto acquisito. Ciò che ne consegue è una corresponsabilità fra chi finanzia, chi organizza, chi eroga e chi riceve la formazione.

Del resto, se i beneficiari dei corsi risultassero più orientati ad una situazione di “parcheggio” in cui l’interesse verso l’indennità o l’astensione dal lavoro fossero prevalenti sul desiderio di acquisire delle competenze, non solo non si otterrebbe alcun risultato didattico, si butterebbero anche soldi pubblici!

È pertanto auspicabile un sistema di controllo reciproco (dell’Ente e del discente) di quanto erogato come formazione, sia “culturale” che “finanziario”. Altrimenti, sarebbe lecito pensare che ciò che è di tutti (soldi e competenze) può essere usato male, mentre ciò che è privato no.

Fate agli altri quello che vorreste fosse fatto a voi: Qualcun Altro, ben più autorevole di chi scrive, l’aveva già detto duemila anni fa…

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