Legge 150
Era abbastanza prevedibile. Citare la legge 150 nel tentativo di mettere un
principio d’ordine nel caos organizzativo della comunicazione pubblica,
costruito in decine di anni da sapienti burocrati, è sempre più
complicato. Forse qui si trova una prima risposta a chi continua a chiedersi
come sia possibile che un’organizzazione pubblica come quella italiana
viva una perenne riforma che spesso non produce nulla o al più partorisce
il classico topolino.
Una prova, a beneficio di coloro che si sentono depressi da simili ragionamenti
o che subiscono drammatici traumi psicologici se si racconta la realtà
che ogni giorno milioni di cittadini debbono affrontare. Quegli stessi cittadini
che pagando tasse, multe e i tanti balzelli locali e nazionali, contribuiscono
i maniera decisiva a mantenere un sistema pubblico governato da 600.000 norme
e oltre 40.000 leggi.
Ricordate la grande riforma (l’aggettivo è governativo) della carta
d’identità resa valida per 10 anni da un semplice timbro, figlio
di quell’amministrazione friendly e semplificata di cui parlano alla mattina
quasi sempre gli stessi che nel pomeriggio partecipano ai convegni sui ritardi
della pubblica amministrazione?
Ebbene, nell’anno 2012 quel timbro non viene riconosciuto da molte compagnie
aeree che chiedono e pretendono una nuova carta di identità.
E’ dunque questa la risposta alla maggioranza degli addetti alla pubblica
amministrazione che sollecitano una precisa e forte identità professionale?
Ovviamente gli esempi potrebbero moltiplicarsi all’infinito, ma per evitare
depressioni di massa (credo che dovrebbero sentirsi più depressi i milioni
di giovani senza lavoro e le migliaia di esodati) la vicenda della carta d’identità
rappresenta simbolicamente quella realtà con cui, un movimento come quello
dei comunicatori pubblici, deve confrontarsi da anni. Una realtà ben
diversa dai racconti tra la fantascienza e la fiaba di coloro che parlano di
un cambiamento sempre alle porte ma mai realizzato.
Cambiare non vuol dire solo mantenere, in modo intelligente, l’ossequio
alle norme, ma significa porre al centro del proprio impegno il cittadino, le
sue aspettative e i suoi diritti; significa lavorare diversamente; agire per
riconquistare il terreno e i ruoli che abbiamo più o meno inconsapevolmente
lasciato alla cattiva politica.
Come queste affermazioni possano creare un contrasto tra realtà centrali
e locali, inevitabilmente diverse, sembra incomprensibile ai più.
La comunicazione pubblica va pensata come un guanto che la nostra professionalità
deve essere capace di modellare su realtà diverse. Solo così si
scoprirà che per cambiare davvero servono gli urp come le smart city,
la semplificazione come l’ascolto, la tecnologia come le procedure cartacee.
È un profondo cambiamento culturale quello a cui siamo chiamati e non
una banale ricerca di strumenti più moderni e più veloci, che
spesso cadono su Enti ancora fermi alla penna biro.
Chi sta creando le condizioni per un ennesimo scontro non sui fini ma sui mezzi
credo sia un vero conservatore. Un dipendente che la fortuna o il caso ha collocato
in una determinata realtà e adesso pretende di farla diventare regola
generale e salvifica.
Ma, dai tempi dei guelfi e dei ghibellini, questo è sempre stato il Paese
dei favorevoli e dei contrari, dei Bartali e dei Coppi, dei pro e dei contro.
Il grande ballo del cambiamento (un passo avanti e mezzo passo indietro) impedisce
di chiamare seriamente in causa il terzo soggetto che non è il cliente
ma il cittadino: colui che con il voto presta ai politici le Istituzioni per
un quinquennio e ai dirigenti, tecnici e addetti l’organizzazione di uffici
e servizi.
Limitarsi ad essere contro o a favore non legittima nessuno a rappresentare
alcun interesse, ma serve solo per moltiplicare eventuali vie di fuga da una
realtà che non piace a nessuno, ma che a molti va bene così.
Su questa strada la pubblica amministrazione, che in mostre e rassegne sempre
più autocelebrative racconta il cambiamento, finisce, in molte, troppe
occasione, per confermare l’eterna cultura dominante: quella del certificato,
della concessione, dell’autorizzazione.
Non basta e non basterà dire e scrivere che la PA è entrata “nel
mercato” se non riusciremo a dare un nome e a far crescere la nostra professionalità,
se non saremo in grado di dare un valore anche economico al nostro lavoro.
Di questo parliamo quando difendiamo lasouth indian porn legge 150 e ne chiediamo l’attuazione.
Per questa battaglia non basterà dimostrare di avere attivato un urp,
uno sportello polifunzionale o introdotto una qualche tecnologia. Questa battaglia
si vincerà solo sapendo che il nostro vero alleato sono i cittadini,
singoli o associati: assieme a loro traguarderemo verso un futuro diverso. La
soluzione, in passato, non era quella sorta di sportellite che colpì
negli anni duemila la pubblica amministrazione, né qualche altra forma
organizzativa destinata a scomparire in un tessuto sociale molte volte impreparato a tutto questo.
Il comunicatore pubblico, non potrà mai essere un uomo a una sola dimensione.
Quando pensiamo al futuro è a tutto questo che pensiamo, senza illusioni
e senza la ricerca dell’arma totale, ma impegnati coerentemente a definire
una comunicazione capace di parlare a territori diversi, diverse culture e diversi
livelli sociali.
Con questo intervento “Comunicazione Pubblica” si prende
una pausa di riposo e di riflessione. L’appuntamento con i suoi lettori
è rimandato a settembre.
Un ringraziamento a tutti coloro che ci seguono e a tutti coloro che vogliono
davvero che le cose cambino anche nella pubblica amministrazione.









