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Legge 150

06 Lug 2020

- Era abbastanza prevedibile. Citare la legge 150 nel tentativo di mettere un principio d’ordine nel caos organizzativo della comunicazione pubblica, costruito in decine di anni da sapienti burocrati, è sempre più complicato. Forse qui si trova una prima risposta a chi continua a chiedersi come sia possibile che un’organizzazione pubblica come quella italiana viva una perenne riforma che spesso non produce nulla o al più partorisce il classico topolino.

Una prova, a beneficio di coloro che si sentono depressi da simili ragionamenti o che subiscono drammatici traumi psicologici se si racconta la realtà che ogni giorno milioni di cittadini debbono affrontare. Quegli stessi cittadini che pagando tasse, multe e i tanti balzelli locali e nazionali, contribuiscono i maniera decisiva a mantenere un sistema pubblico governato da 600.000 norme e oltre 40.000 leggi.
Ricordate la grande riforma (l’aggettivo è governativo) della carta d’identità resa valida per 10 anni da un semplice timbro, figlio di quell’amministrazione friendly e semplificata di cui parlano alla mattina quasi sempre gli stessi che nel pomeriggio partecipano ai convegni sui ritardi della pubblica amministrazione?
Ebbene, nell’anno 2012 quel timbro non viene riconosciuto da molte compagnie aeree che chiedono e pretendono una nuova carta di identità.
E’ dunque questa la risposta alla maggioranza degli addetti alla pubblica amministrazione che sollecitano una precisa e forte identità professionale?
Ovviamente gli esempi potrebbero moltiplicarsi all’infinito, ma per evitare depressioni di massa (credo che dovrebbero sentirsi più depressi i milioni di giovani senza lavoro e le migliaia di esodati) la vicenda della carta d’identità rappresenta simbolicamente quella realtà con cui, un movimento come quello dei comunicatori pubblici, deve confrontarsi da anni. Una realtà ben diversa dai racconti tra la fantascienza e la fiaba di coloro che parlano di un cambiamento sempre alle porte ma mai realizzato.
Cambiare non vuol dire solo mantenere, in modo intelligente, l’ossequio alle norme, ma significa porre al centro del proprio impegno il cittadino, le sue aspettative e i suoi diritti; significa lavorare diversamente; agire per riconquistare il terreno e i ruoli che abbiamo più o meno inconsapevolmente lasciato alla cattiva politica.
Come queste affermazioni possano creare un contrasto tra realtà centrali e locali, inevitabilmente diverse, sembra incomprensibile ai più.
La comunicazione pubblica va pensata come un guanto che la nostra professionalità deve essere capace di modellare su realtà diverse. Solo così si scoprirà che per cambiare davvero servono gli urp come le smart city, la semplificazione come l’ascolto, la tecnologia come le procedure cartacee.
È un profondo cambiamento culturale quello a cui siamo chiamati e non una banale ricerca di strumenti più moderni e più veloci, che spesso cadono su Enti ancora fermi alla penna biro.
Chi sta creando le condizioni per un ennesimo scontro non sui fini ma sui mezzi credo sia un vero conservatore. Un dipendente che la fortuna o il caso ha collocato in una determinata realtà e adesso pretende di farla diventare regola generale e salvifica.
Ma, dai tempi dei guelfi e dei ghibellini, questo è sempre stato il Paese dei favorevoli e dei contrari, dei Bartali e dei Coppi, dei pro e dei contro. Il grande ballo del cambiamento (un passo avanti e mezzo passo indietro) impedisce di chiamare seriamente in causa il terzo soggetto che non è il cliente ma il cittadino: colui che con il voto presta ai politici le Istituzioni per un quinquennio e ai dirigenti, tecnici e addetti l’organizzazione di uffici e servizi.
Limitarsi ad essere contro o a favore non legittima nessuno a rappresentare alcun interesse, ma serve solo per moltiplicare eventuali vie di fuga da una realtà che non piace a nessuno, ma che a molti va bene così.
Su questa strada la pubblica amministrazione, che in mostre e rassegne sempre più autocelebrative racconta il cambiamento, finisce, in molte, troppe occasione, per confermare l’eterna cultura dominante: quella del certificato, della concessione, dell’autorizzazione.
Non basta e non basterà dire e scrivere che la PA è entrata “nel mercato” se non riusciremo a dare un nome e a far crescere la nostra professionalità, se non saremo in grado di dare un valore anche economico al nostro lavoro.
Di questo parliamo quando difendiamo lasouth indian porn legge 150 e ne chiediamo l’attuazione.
Per questa battaglia non basterà dimostrare di avere attivato un urp, uno sportello polifunzionale o introdotto una qualche tecnologia. Questa battaglia si vincerà solo sapendo che il nostro vero alleato sono i cittadini, singoli o associati: assieme a loro traguarderemo verso un futuro diverso. La soluzione, in passato, non era quella sorta di sportellite che colpì negli anni duemila la pubblica amministrazione, né qualche altra forma organizzativa destinata a scomparire in un tessuto sociale molte volte impreparato a tutto questo.
Il comunicatore pubblico, non potrà mai essere un uomo a una sola dimensione. Quando pensiamo al futuro è a tutto questo che pensiamo, senza illusioni e senza la ricerca dell’arma totale, ma impegnati coerentemente a definire una comunicazione capace di parlare a territori diversi, diverse culture e diversi livelli sociali.

Con questo intervento “Comunicazione Pubblica” si prende una pausa di riposo e di riflessione. L’appuntamento con i suoi lettori è rimandato a settembre.
Un ringraziamento a tutti coloro che ci seguono e a tutti coloro che vogliono davvero che le cose cambino anche nella pubblica amministrazione.

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