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Le professioni della comunicazione pubblica.

06 Lug 2020

- Sarebbe troppo facile e molto ingeneroso ripensare a questi ultimi venti anni avvolgendosi nel solito sudario di recriminazioni per le cose non fatte e gli obiettivi mancati. Per una volta ci sia consentito ripercorrere sul versante dei risultati ottenuti il non facile e ancora incompiuto cammino della disciplina che chiamiamo comunicazione pubblica.

Quando abbiamo cominciato a pensare e a parlare di comunicazione pubblica non più come un’attività secondaria della comunicazione né come una parentesi dove collocare un po’ di esuberi, ma come ad una nuova disciplina decisiva per accelerare quel cambiamento della pubblica amministrazione auspicato e sollecitato da tutti, non eravamo in molti.

Quando abbiamo cominciato a lavorare sul territorio, forti di nuove norme e regole, non abbiamo trovato entusiastiche accoglienze.

Quando ci siamo rifiutati di farci rinchiudere in complicati quanto inutili dibattiti sull’ottimismo o il pessimismo, sulla qualità del nostro lavoro, sul bello o il brutto come se partecipassimo alle finali di Miss Italia e non alla nascita di una nuova disciplina, eravamo ancora meno.

Eppure anno dopo anno le nostre teorie si sono dimostrate non solo veritiere ma realizzabili.

Si è dato vita alle facoltà di scienze della comunicazione, abbiamo ottenuto la legge sugli Urp del 1993 e quella sulle attività di formazione e comunicazione del 2000. Rifiutandoci di percorrere l’antica e molto poco europea strada ordinatizia, abbiamo lavorato per ottenere la certificazione di quella che abbiamo considerato e consideriamo una nuova professione: il comunicatore pubblico.

Avvertendo sempre e comunque che su questa difficile strada avremmo prima o poi incontrato l’ostacolo più complesso: quello del riconoscimento professionale.

Non ci siamo sbagliati di molto.

Questo elenco, che potrebbe continuare ancora per molto, lo rivendichiamo come il risultato di una vera politica associativa e non come propaganda fine a se stessa.

Se un’associazione professionale non vuole diventare lo sgabello di qualcuno o il portavoce di qualcosa, non ha altre strade se non quella di parlare sempre e comunque il linguaggio della verità.

Personalmente ritengo di aver dato un grande contributo in questo senso e di aver pagato un grandissimo prezzo per essermi ostinato a parlare più dei pericoli che di successi spesso effimeri. Quando sento colleghi che per sollecitare l’applauso ricordano l’ennesimo documento firmato per iniziative sempre più futuribili ma già finite nel dimenticatoio, penso di quanta zavorra autoreferenziale dobbiamo ancora liberarci.

Adesso, in tema di professioni, mentre alcuni trascorrono il loro tempo a favoleggiare di come dovranno chiamarsi (sono preferiti i nomi inglesi) e quale riquadro dovranno occupare nell’organigramma aziendale, pochi vedono come il Parlamento italiano si stia muovendo sulla strada da noi scelta.

Nei giorni scorsi la Camera, questa è la notizia, ha approvato a larghissima maggioranza, il disegno di legge che dovrebbe regolare le professioni “a norma UNI”. Adesso tocca al Senato.

A noi tocca ancora una volta la parte meno piacevole, quella cioè di mantenere viva l’attenzione su questo percorso che si collega direttamente ai temi della competenza e della professionalità. Siamo consapevoli di appartenere ad una pubblica amministrazione da cuipornmobile.online tutti sembrano prendere le distanze.

Un rugginoso e complicato meccanismo che ha trasformato ogni questione in un problema e ha fatto di ogni problema una realtà insolubile. Un sistema dominato da culture forti che mantengono una visione gerarchica delle cose e delle persone. Un’organizzazione in cui l’ossequio alla norma, la certificazione, la cultura del permesso e l’autorizzazione dettano ancora legge. Un sistema che tutti criticano ma nessuno sembra disponibile a cambiare.

Eppure siamo una generazione che non può più permettersi voli pindarici nei giardini della pubblica amministrazione. Tocca proprio a noi abbassare i vessilli delle appartenenze per alzare quelli delle competenze.

Sappiamo benissimo che una legge, come dimostra le 150 del 2000, non fa primavera.

Ma sappiamo altrettanto bene che o si deciderà di marciare compatti dietro ai vessilli della professionalità e delle competenze o dovremo continuare ad incrociare i nostri destini, nella terra di nessuno, con amici e nemici più inventati che reali.

Per maggiori informazioni consultare il sito: www.compubblica.it

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