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Parole della comunicazione pubblica.

06 Lug 2020

- Molte parole si affacciano, all’inizio di questo nuovo secolo, nella disciplina della comunicazione pubblica. Non parlo di inglesismi o, come si diceva in un periodo non lontano, di barbarismi, ma di parole italianissime che intendono mettere in luce comportamenti sociali che, troppe volte, abbiamo identificato con latitudini e longitudini, antichi vizi e nuove virtù del nostro Paese.

Queste parole non possono più essere lasciate a loro stesse. Non è accettabile pronunciarle fuori da qualsiasi contesto. Non debbono restare a galleggiare in dibattiti e in relazioni, ma vanno raccolte, spiegate e, se del caso, rinnovate e aggiornate.
La comunicazione pubblica corre il pericolo di ridursi ad una delle tante parentesi dialettiche incomprensibili e incomunicabili dando vita ad un nuovo linguaggio per addetti ai lavori, anziché rigenerare parole che hanno bisogno di tornare ad esprimere il loro vero significato.

Le parole sono importanti per raccontare e far capire molte cose: i sentimenti, i modi di essere, le idee.
Tutte, quindi, debbono avere un nome altrimenti si entra in una moderna torre di Babele dove alla confusione delle lingue si sostituisce quella dei significati.
Ma le parole possono anche illudere, cambiare il senso delle cose, piegarsi a pensieri e logiche incoerenti. Ecco perché occorre non solo spiegarle chiaramente prima di adoperarle, ma anche evitarne quell’uso superficiale che spesso affligge la nostra società.

Le parole sono come ponti che lanciamo davanti a noi. Sono quegli strumenti che ci servono per farci capire, percepire e spiegare. Non possiamo continuare ad interpretare, con vecchi schemi e metodi, una realtà in continua evoluzione ad un pubblico sempre più disattento e lontano.
“Volontariato civico” non è il nome di un progetto, né di un comportamento. Non è nemmeno un traguardo da pornmobile.onlineraggiungere per le amministrazioni virtuose. Già questo sarebbe motivo sufficiente per inserirlo a pieno titolo nel contesto dell’attuale evoluzione della disciplina che chiamiamo comunicazione pubblica.

“Volontariato civico” appartiene a quel vocabolario, che deve essere riscritto, della comunicazione pubblica chiamato a dare un senso nuovo ed aggiornato ad espressioni sempre più logore. Abituiamoci a non considerarle come granitici tabù perché laddove le parole si trasformano in monumenti languono la democrazia e la comunicazione.
Il “volontariato civico” significa un percorso che tende a sostituire un certo individualismo,una sorta di indifferenza di massa, la cui sintesi è “ci deve pensare lo Stato”. Ma lo Stato siamo tutti noi. I più recenti esempi di volontariato civico possiamo ritrovarli nell’alluvione delle Cinque Terre e nella grande nevicata di febbraio. In molti di questi territori i cittadini non hanno atteso l’arrivo dello Stato, dell’esercito o degli spazzaneve comunali, ma hanno agito direttamente. Ripulendo le strade e le piazze dei loro paesi e restituendo alla parola “cittadino” un significato nuovo e diverso. Quel significato andato perduto negli egoismi e nei particolarismi del nostro tempo.
Prefigurando, anche in questo modo, il nuovo rapporto amministrazione-cittadini che si tenta di realizzare nel nostro Paese.

Non dimentichiamolo mai: una nuova amministrazione pubblica forse richiede solo nuove leggi e nuove organizzazione, ma una vera comunicazione pubblica esige la capacità di realizzare, mantenere e gestire una relazione vera e duratura. Una relazione che deve avere nel lessico una delle chiavi di accesso nuovo. Anche così sarà possibile costruire il nostro futuro e quello della comunicazione pubblica.

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