Username: Password:  
Non sono ancora iscritto, vorrei registrarmi
articolo letto 5799 volte

Per una rinnovata Comunicazione Pubblica.

06 Lug 2020

- Non scopriamo niente di nuovo se diciamo che il trascorrere del tempo assume valori e significati diversi a seconda del settore o dell’oggetto a cui lo applichiamo. Ne è un esempio la vicenda della comunicazione pubblica.

1993- Dlgs 29 che rende obbligatori gli Urp in tutta la pubblica amministrazione. 2000- Legge 150 che rende obbligatoria l’attività di informazione e comunicazione nella pubblica amministrazione.

Queste due normative rappresentano le colonne portanti di quell’edificio comunicativo che, dentro e fuori le Istituzioni, è stato lungamente discusso e che, a distanza di diciannove anni l’uno e dodici anni l’altro, non si è ancora realizzato.

Nello stesso periodo, invece, internet e le tecnologie comunicative hanno conquistato molti punti e scalato le classifiche di un antico ritardo culturale e organizzativo del nostro Paese.

Una differenza voluta dai soliti burocrati o da coloro che da trenta anni dicono sempre le stesse cose perché incapaci di guardare oltre i propri tavoli di lavoro? Continuare imperterriti a raccontare nelle Università e nei corsi di formazione come si fa l’Urp è un po’ come se si spiegasse ai pompieri che il fuoco si accende sfregando due bastoncini di legno. Non sarebbe forse più utile cominciare a raccontare cosa sia necessario fare per trasformare l’Urp in una struttura adeguata e al passo con il cambiamento?

La realtà della comunicazione pubblica procede quindi a due velocità, le motivazioni di questa anomalia sono varie e, nei prossimi mesi, cercheremo di elencarne e spiegarne almeno le principali, partendo da alcune constatazioni di carattere generale.

Riteniamo che siano maturi i tempi per una riflessione più approfondita sul presente e sul futuro della comunicazione pubblica. Una disciplina che non sempre è stata capace di dare risposte autorevoli e convincenti, impelagata in sterili confronti e banali dibattiti.

I comunicatori pubblici sono rimasti intrappolati in un meccanismo nel quale la ricerca speculativa su nuove aree e l’ampliamento delle frontiere della comunicazione pubblica hanno dovuto cedere il passo alla difesa delle poche cose fatte. Finendo così per cantare e portare la croce allo stesso tempo.

Difendere il poco conquistato attraverso la legittimazione del proprio lavoro ha significato anche dover cedere troppo terreno sul fronte della nostra disciplina e delle nuove frontiere della comunicazione pubblica. Soprattutto nei confronti di coloro che a molti appaiono come i difensori di una professionalità onnicomprensiva. Una professionalità a portata di chiunque e per qualunque mestiere che è la prima vera motivazione per cui le facoltà di scienze della comunicazione sono ritenute esperienze pressoché inutili e portatrici di una cultura comunicativa superata da una sorta di incomprensibile fai da te.

Lo stesso termine “urpista” con cui pornmobilemolti burocrati e qualche pseudo-amico ci definisce, rappresenta la migliore sintesi di un percorso iniziato e mai concluso, di un tentativo di relegarci in un angolo di un tutto mai seriamente pensato e soprattutto voluto. Un cono d’ombra dove molte burocrazie hanno cercato e cercano di rinchiudere la nostra disciplina e con essa la nostra professionalità.

Oggi il tema non è solo come uscire da questo vero e proprio “cul de sac” ma come recuperare concetti ed entusiasmi. In sintesi quelle nuove idee di cui i comunicatori pubblici erano e sono portatori.

In questi anni ha finito per rafforzarsi l’antico principio che sia sufficiente emanare in continuazione norme e direttive annuncianti il cambiamento per cambiare davvero.

Ha trionfato, ancora, una volta la politica del “faremo” che molto spesso significa solo incartare, in modo elegante, vecchie cose inefficienti e superate.

Cosa sia la comunicazione è pubblica e quali territori debba stabilmente occupare e sviluppare sono oggi questioni centrali per dare certezze e futuro a questa disciplina. Una disciplina che troppo spesso sembra più tenuta a bada che fatta crescere.

Ancora una volta i comunicatori pubblici sono chiamati a spiegare e a gestire direttamente quelle novità che, ancor prima di diventare componenti di un vero rinnovamento, rischiano di restare in quel cimitero delle buone intenzioni che chiamiamo “case history”.

Non ci sono ancora commenti
Effettua il login o registrati per poter pubblicare i tuoi commenti in tempo reale.
busy