Per una rinnovata Comunicazione Pubblica.
Non scopriamo niente di nuovo se diciamo che il trascorrere del tempo assume
valori e significati diversi a seconda del settore o dell’oggetto a cui lo
applichiamo. Ne è un esempio la vicenda della comunicazione pubblica.
1993- Dlgs 29 che rende obbligatori gli Urp in tutta la pubblica amministrazione. 2000- Legge 150 che rende obbligatoria l’attività di informazione e comunicazione nella pubblica amministrazione.
Queste due normative rappresentano le colonne portanti di quell’edificio comunicativo che, dentro e fuori le Istituzioni, è stato lungamente discusso e che, a distanza di diciannove anni l’uno e dodici anni l’altro, non si è ancora realizzato.
Nello stesso periodo, invece, internet e le tecnologie comunicative hanno conquistato molti punti e scalato le classifiche di un antico ritardo culturale e organizzativo del nostro Paese.
Una differenza voluta dai soliti burocrati o da coloro che da trenta anni dicono sempre le stesse cose perché incapaci di guardare oltre i propri tavoli di lavoro? Continuare imperterriti a raccontare nelle Università e nei corsi di formazione come si fa l’Urp è un po’ come se si spiegasse ai pompieri che il fuoco si accende sfregando due bastoncini di legno. Non sarebbe forse più utile cominciare a raccontare cosa sia necessario fare per trasformare l’Urp in una struttura adeguata e al passo con il cambiamento?
La realtà della comunicazione pubblica procede quindi a due velocità, le motivazioni di questa anomalia sono varie e, nei prossimi mesi, cercheremo di elencarne e spiegarne almeno le principali, partendo da alcune constatazioni di carattere generale.
Riteniamo che siano maturi i tempi per una riflessione più approfondita sul presente e sul futuro della comunicazione pubblica. Una disciplina che non sempre è stata capace di dare risposte autorevoli e convincenti, impelagata in sterili confronti e banali dibattiti.
I comunicatori pubblici sono rimasti intrappolati in un meccanismo nel quale la ricerca speculativa su nuove aree e l’ampliamento delle frontiere della comunicazione pubblica hanno dovuto cedere il passo alla difesa delle poche cose fatte. Finendo così per cantare e portare la croce allo stesso tempo.
Difendere il poco conquistato attraverso la legittimazione del proprio lavoro ha significato anche dover cedere troppo terreno sul fronte della nostra disciplina e delle nuove frontiere della comunicazione pubblica. Soprattutto nei confronti di coloro che a molti appaiono come i difensori di una professionalità onnicomprensiva. Una professionalità a portata di chiunque e per qualunque mestiere che è la prima vera motivazione per cui le facoltà di scienze della comunicazione sono ritenute esperienze pressoché inutili e portatrici di una cultura comunicativa superata da una sorta di incomprensibile fai da te.
Lo stesso termine “urpista” con cui pornmobilemolti burocrati e qualche pseudo-amico ci definisce, rappresenta la migliore sintesi di un percorso iniziato e mai concluso, di un tentativo di relegarci in un angolo di un tutto mai seriamente pensato e soprattutto voluto. Un cono d’ombra dove molte burocrazie hanno cercato e cercano di rinchiudere la nostra disciplina e con essa la nostra professionalità.
Oggi il tema non è solo come uscire da questo vero e proprio “cul de sac” ma come recuperare concetti ed entusiasmi. In sintesi quelle nuove idee di cui i comunicatori pubblici erano e sono portatori.
In questi anni ha finito per rafforzarsi l’antico principio che sia sufficiente emanare in continuazione norme e direttive annuncianti il cambiamento per cambiare davvero.
Ha trionfato, ancora, una volta la politica del “faremo” che molto spesso significa solo incartare, in modo elegante, vecchie cose inefficienti e superate.
Cosa sia la comunicazione è pubblica e quali territori debba stabilmente occupare e sviluppare sono oggi questioni centrali per dare certezze e futuro a questa disciplina. Una disciplina che troppo spesso sembra più tenuta a bada che fatta crescere.
Ancora una volta i comunicatori pubblici sono chiamati a spiegare e a gestire direttamente quelle novità che, ancor prima di diventare componenti di un vero rinnovamento, rischiano di restare in quel cimitero delle buone intenzioni che chiamiamo “case history”.









