Il Paese delle troppe parole.
In quale reparto di rianimazione giacciono il sistema di accountability e la
firma digitale? E il benchmarking assieme al “benessere degli uffici” che
fine hanno fatto? Le domande sorgono spontanee leggendo, in questi giorni,
i giornali che annunciano l’ennesima svolta digitale. Se non vado errato è almeno
la quarta “svolta” che viene spiegata al popolo in attesa della
prossima prevista, immagino, subito dopo la conclusione del governo Monti.
L’uomo “comunicativo” studente, dipendente pubblico o semplice cittadino che sia, vive in un perenne labirinto di sigle, progetti ed esperienze appartenenti a mondi che più lontano sono, più vengono raccontati come meccanismi perfetti e di una semplicità disarmante.
Tant’è che l’uomo “comunicativo” si chiede cosa si stia aspettando per fare svoltare davvero la pubblica amministrazione. Questa domanda è destinata a non trovare risposte se non per giustificare certi progetti speciali e rappresenta il sintomo più evidente di quella che mi piace definire la “sindrome Ikea”: istruzioni facili per montaggi impossibili.
Certamente è vero che la vite B va inserita nel buco A, ma alzi la mano chi è stato capace di montare un mobile o un armadio. Nella pubblica amministrazione, che non ha niente da vendere ma molto da produrre, passano così i mesi e gli anni e le nuove tecnologie assumono, anche non volendo, una sorta di identificazione con le favole dei fratelli Grimm.
Tutti ne ricordano il canovaccio, ma raramente il finale e i protagonisti. Così le nostre vicende, sempre uguali e sempre in attesa della soluzione definitiva, si perdono nel tempo e si ricordano per date come le guerre puniche: 1993 decreto legislativo degli Urp, 2000 legge 150, 2009 legge Brunetta.
Il “fil rouge” che le lega è che nessuna di queste è stata completamente attuata, nonostante i sempre più roboanti annunci di cambiamento.
Così oggi, Monti governando, le prime pagine dei quotidiani sono piene di titoli di infausto presagio come abbattimento delle file, riduzione della burocrazia, portali nazionali, semplificazione, città digitali che avendo studiato stanno diventando città intelligenti (smart city).
Non è stato vero negli ultimi trent’anni, dubito che lo sarà nei prossimi.
Se per cambiare bastasse scrivere progetti e rapporti saremmo imbattibili.
Non c’è settore, dai taxi all’atomo, dove ogni giorno non si pongano nuovi ed affascinanti obiettivi, regole diverse, traguardi immaginifici. Ma è il vestito pubblico che è vecchio e anche i continui rammendi ormai non tengono più di tanto.
Il problema non è passare da Second Life a Facebook o dal cellulare allo smartphone, ma procedere ad una reale riforma delle nostre organizzazioni chiaramente inadatte a rispondere a eventi calamitosi e ai veri bisogni delle nostre comunità.
Un Paese in cui 15 cm di neve bloccano la capitale e dove i giovani fingono di sciare lasciando vecchi e vedove a spalare, è destinato a non andare molto lontano.
Perché ogni cosa non diventi un’emergenza, bisogna che spirito civico e bene comune, cancellati negli ultimi quindici anni dalla vera natura degli italiani, tornino ad essere le stelle polari della pubblica amministrazione.
Ma mentre gli amministratori svedesi dell’Ikea dall’alto dei loro bilanci (tutti in attivo) possono sorridere di qualche nostra battuta, da noi si preferisce la rissa. Una forma dialettica alla quale il mezzo televisivo offre molte opportunità oltre che insperati alibi e che risponde ad un’antica regola italica: prima cercare pornmobileun colpevole poi tentare di risolvere il problema.
A questo meccanismo non si sottraggono neppure i mass media le cui cronache dalla capitale innevata (?) sembrano un mix tra il diluvio universale e le cartoline ricordo dell’inverno 2012.
La verità rimane una e una sola. Ieri le normative oggi le tecnologie vengono usate come droghe leggere: non risolvono i problemi, ma sembrano semplificarli.
Si dice che l’attuale realtà sia il risultato di scarsa autorevolezza degli amministratori, di un rapporto sempre più logoro e difficile tra chi amministra e chi è amministrato.
Ma l’autorevolezza non si conquista vestendosi da scalatore o facendosi fotografare con una delle tante rappresentanze di categoria in agitazione.
Le amministrazioni locali programmino pure le notti bianche e le feste di fine anno, ma si dotino anche di piani e regole per la sicurezza e le emergenze. Altrimenti tutto sembrerà casuale o, peggio, lasciato in balia dei tanti capitani Schettino che affliggono le nostre amministrazioni dove, da sempre, alla faccia di Steve Jobs, trionfa la cultura del permesso, del certificato, del timbro e dell’autorizzazione.
Ma, fortunatamente, non tutte le amministrazioni sono uguali. Molte anche in questi giorni hanno saputo esprimere una differenza positiva non tanto tra neve e neve, ma tra organizzazione e organizzazione, tra pratica del cambiamento e chiacchiere sul cambiamento.
Sono questi i giorni in cui siamo tutti d’accordo: occorre cambiare. Ma cambiare è molto difficile proprio perché la questione interessa e riguarda tutti.
La neve oggi, le alluvioni ieri, gli incendi la prossima estate testimoniano che l’apparato pubblico è da tempo un guscio vuoto e fragile sempre più inadatto al tempo in cui viviamo.









