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Quel ponte da attraversare.

07 Lug 2020

C’è un dato obiettivamente preoccupante che emerge dall’annuale indagine Demos-la Repubblica, giunta alla sua quattordicesima edizione. Solo il 4% degli italiani mantiene intatta la propria fiducia nei partiti politici. Non bisogna certamente scomodare cupi scenari del secolo scorso per capire che una simile percentuale rappresenta un pericolo crescente per la nostra giovane democrazia e comunque sia la conferma di una frattura, un vero e proprio “vulnus” del suo tessuto unitario. Diviene quindi sempre più centrale il recupero di credibilità dei partiti che, inevitabilmente, passa dalla credibilità delle Istituzioni anch’esse in profonda crisi se si fa eccezione per le forze dell’ordine (71,8%) e per il Presidente della Repubblica (65,1%).

Da questa bocciatura non si salva quasi nessuno. Né la Chiesa (che dal 59,2% del 2001 passa al 45% attuale), né l’Unione Europea (dal 53,1% del 2001 al 36,6% attuale) né le Regioni (dal 38,7% del 2001 al 30,7% attuale) né gli imprenditori (dal 32% del 2001 al 24% attuale).

Siamo di fronte ad un Paese in evidente declino nei grandi valori e nelle Istituzioni che stanno alla base della nostra Repubblica. Un Paese non reazionario ma fortemente critico e conservatore che rischia di imboccare la strada del peggior populismo quello che si fa forte di una generica e generalizzata insoddisfazione che si esprime contro tutti e tutto.

Allo stesso tempo emerge una significativa disponibilità verso quelle attività sociali e culturali espresse dal volontariato laico e cattolico a conferma che la gente è disponibile ad un impegno personale a condizione che questo venga non solo apprezzato ma anche considerato come un contributo reale e positivo.

Mi sembra un volontariato di tipo diverso e più consapevole quello che si intravede al nostro orizzonte.

Ma perché il futuro sia diverso occorre sin da subito avviare quei processi senza i quali ogni ricerca finisce per diventare una foto sempre più sbiadita della realtà e non uno stimolo a fare.

Riavvicinare la gente alla politica non vuol dire commissionare altre campagne promozionali, né scegliere slogan accattivanti. Bisogna che sia chiaro a tutti coloro che pensano alla relazione con i cittadini come ad un eterno carosello di parole e colori sempre più vuoti e sempre più lontani, che restituire un’anima alla politica e un ruolo all’amministrazione vuol dire altro rispetto a tutta questa scorpacciata di chiacchiere e luoghi comuni.

Per raggiungere questo obiettivo occorre giungere alla credibilità della politica passando per la credibilità delle Amministrazioni.

Ma come fare nella realtà quotidiana quando i capi ufficio stampa e i comunicatori pubblici finiscono per trovarsi schiacciati tra un’esigenza di verità e una difesa di scelte amministrative?

A mio parere esiste una sola via per evitare o comunque ridurre questa che è una delle questioni centrali della nostra professionalità.

Occorre smettere di suonare tamburi e tamburelli e sforzarsi di dire cose che a volte possono sembrare sgradevoli ma che servono per far capire le singole questioni ai cittadini. Solo da questo processo costante e coerente può nascere la credibilità. Solo da un simile dialogo, fatto da una comunicazione continua, sarà possibile ridurre l’abisso che separa gli amministrati dai loro amministratori. Se la comunicazione pubblica non sarà capace di affrontare questo passaggio rischia di finire definitivamente impantanata tra propaganda e pubblicità.

Non date retta a coloro che trasformano tutto in slide e regolette per stupire. La comunicazione pubblica non sarà mai come la comunicazione commerciale, costretta a scalare le montagne dell’immaginario per farsi strada tra donne seminude, uomini super atletici, pupazzetti di ogni genere. A noi tocca essere credibili per essere ascoltati e da sempre la credibilità è proporzionale alla dose di verità che mettiamo nei nostri messaggi.

Per questo motivo occorre smetterla di continuare ad analizzare sempre e solo gli strumenti senza mai definire compiutamente i campi d’azione.

La ruota del grande criceto che segna i tempi della nostra storia è lenta e ci pone sempre gli stessi problemi chiamandoli con nomi diversi. Il cambiamento non avverrà né con una nuova legge né con una nuova circolare, ma solo se si apriranno le porte dei nostri uffici ai giovani neo laureati in scienze della comunicazione, se le strutture di comunicazione avranno compiti e obiettivi definiti, o per meglio dire meglio definiti visto che nel passato sono stati fatti alcuni tentativi, pur con scarso successo, di dare un ordine nuovo attraverso la realizzazione degli urp e il ripensamento degli uffici stampa. Ed infine se il personale avrà una corretta formazione che vuole poi dire aggiornamento sulle tecniche, gli strumenti e gli obiettivi destinati a modificarsi man mano che l’amministrazione evolve verso pornmobileuna organizzazione moderna ed europea.

Sarebbe bastata la legge 150 del 2000 per ottenere tutto questo? Forse no, ma senza dubbio quella legge avrebbe avviato un processo nuovo e diverso.

Aver chiesto anche alla comunicazione una mano a sembrare anziché ad essere, ci ha spinti verso un continuo ed implacabile crollo della credibilità delle Istituzioni e della capacità di dare quelle risposte che le nostre comunità attendono ormai da troppo tempo.

In questo panorama finiscono per salvarsi le Istituzioni e le Amministrazioni che praticano una reale comunicazione pubblica che non vende sogni ma utilizza i propri strumenti per creare le condizioni di una reale partecipazione e che si pone come nuovo tramite tra il Palazzo e la gente.

Il ponte da attraversare è questo e i comunicatori pubblici vi si impegneranno consapevoli che è ormai maturo il tempo di una comunicazione coerente con una società che cambia rapidamente e Amministrazioni che non possono più restare ferme al palo del cambiamento.

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