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Comunicazione, Cambiamento e Nuovi Media

07 Lug 2020

- Ciascuno di noi si darà una risposta all’atto con cui sabato sera il nostro Paese ha chiuso una pagina della propria storia (per ora o per sempre lo diranno le cronache future).
Non è questo lo spazio per contare amici o avversari, né per dare vita ad uno dei tanti teatrini, stracolmo di frasi fatte e luoghi comuni, nei quali in queste ore si affollano esperti e tuttologi schiumanti rabbia o gridanti vittoria.
Solite facce e solite cose di un Paese che troppo spesso “partecipa” alla vita pubblica con uno spirito da tifo calcistico. Questa volta tutto è però grave e diverso a ragione di una crisi che non ha l’eguale nella storia repubblicana e nel mondo.

È proprio questa gravità che ci obbliga a vedere le cose fuori da schemi ormai logori e comunque non accettabili né condivisi in Europa.
Non parlo a coloro per i quali niente è mai abbastanza di sinistra né a quelli che vedono in ogni cosa l’ombra antica e un po’ ridicola del comunismo marciante: comunisti i Mercati, le Banche, l’Unione Europea per non parlare della Merkel, di Sarkozy e di Obama.
Parlo a quella stragrande maggioranza di uomini e donne che vogliono vivere in un Paese dove non esistano nemici ma avversari, dove le appartenenze siano sostituite dalle competenze, dove non sia più possibile far costruire nell’alveo dei fiumi e poi partecipare al cordoglio per le vittime di una natura quotidianamente piegata e sottomessa ad interessi di ogni genere.
Certo, per favorire questo cambiamento epocale delle menti e delle coscienze molte cose possono e debbono essere fatte:colpire gli egoismi, ridurre gli sprechi, restituire alla politica principi e valori, dare alle nuove generazioni reali opportunità e questo elenco potrebbe continuare per molto.
Ma a noi comunicatori cosa compete in particolare?
Mi ha molto colpito un articolo di Michele Mariano, dedicato apornmobile come i media influenzino il cambiamento, in cui si ricorda come in Italia, per un lungo tempo, la politica si sia basata sulla possibilità di influenzare gli elettori attraverso i mass media: i grandi giornali prima e poi la televisione.
A questo proposito, come non ricordare la fulminante battuta di Altan della signora che, appreso dal marito della rottura del televisore, replica: “M***a, non avevo ancora deciso per chi votare!”?
Oggi non è più o non è solo il tempo della televisione ma sempre più quello dei nuovi media che rischiano di aggiungere un inatteso codicillo al tema di McLuhan “il mezzo è il messaggio” ma anche “il mezzo è la politica”.
Oggi la rapidità e la globalità dei tanti social network da Facebook a Twitter lascia intravedere una nuova partecipazione alla vita democratica, ma anche i pericoli di una banalizzazione di massa di problemi e questioni importanti.
Ecco un terreno su cui occorre ragionare tutti assieme.
Non si tratta più, come alla nascita di Internet, di trovare un linguaggio e una modalità d’uso condivise, ma di come stare all’interno di queste nuove strade e di come orientare, per quanto ci compete, la comunicazione per sottolinearne davvero qualità e differenza. Quello che teneva insieme e in gran parte caratterizzava le piazze sabato sera a Roma, come altre volte in Cina o in Egitto, in Siria come in Spagna, era il passaparola telematico più rapido e diretto di qualsiasi manifesto, discorso o annuncio. La domanda a questo punto è se siamo preparati a questa rapidità di pensiero e di azione o se politica e Istituzioni, che nel nostro sistema tendono in molti casi ad avvicinarsi pericolosamente, sono ancora legate a piazze organizzate e preparate secondo collaudati modi e tempi.
Molte cose segnalano un simile ritardo dovuto a farraginosità organizzative, a burocrazie consolidate ed a un pensiero centralistico. Se non saremo capaci di favorire il nuovo e di capire come e quanto le tecnologie possano darci per costruire una rete dove partecipazione e azione avranno una rapidità e un ruolo del tutto nuovi, allora inevitabilmente arriveremo dopo e tardi agli appuntamenti con la realtà sempre in movimento della nostra società e non solo.
Certo, per molti motivi, l’Italia non sarà mai la terra di Steve Jobs. Ma questa constatazione non dovrà impedirci di essere un Paese moderno ed europeo.

Commenti (2)
Giorgio Zintu Sono dell'opinione che occorra prendere atto della fine di un'epoca, dove è stato facile ottenere consenso ma poco è stato fatto sulla strada di una più difficile consapevollezza. Ora che sul campo stanno aumentando di volume i problemi quotidiani e quelli globali, si amplifica una generale afasia politica. Sarà bene che chi comnunica per lavoro si renda conto che esiste anche una coscienza critica, ma bisogna cambiare rotta.
16 nov 2011 alle 21:35
Marco Fabbri Più che calzante la considerazione della partecipazione alla vita pubblica con spirito da tifoso di calcio. Contraltare della concezione, diffusissima, che "cosa pubblica" equivalga a "cosa di nessuno" piuttosto che a "cosa di tutti".
Siamo un Paese che, se riuscisse ad rimediare al 25% dei suoi difetti, svetterebbe ben al di sopra delle maggiori economie mondiali (BRIC, tanto per capirci).
Chi si occupa di Comunicazione dovrebbe quasi indossare il saio del missionario e cercare di dare un senso di bidirezionalità a quello che troppo spesso viene spacciato per "comunicazione": ovvero Parlare senza Ascoltare.
Un esempio che faccio sovente quando parlo di Comunicazione è quello della saggezza di Madre Natura, che ci ha dotati di DUE orecchie e di UNA bocca...
17 nov 2011 alle 19:52
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