Comunicazione, Cambiamento e Nuovi Media
Ciascuno di noi si darà una risposta all’atto con cui sabato sera il nostro Paese ha chiuso una pagina della propria storia
(per ora o per sempre lo diranno le cronache future).
Non è questo lo spazio per contare amici o avversari, né per dare
vita ad uno dei tanti teatrini, stracolmo di frasi fatte e luoghi comuni, nei
quali in queste ore si affollano esperti e tuttologi schiumanti rabbia o gridanti
vittoria.
Solite facce e solite cose di un Paese che troppo spesso “partecipa” alla
vita pubblica con uno spirito da tifo calcistico. Questa volta tutto è però grave
e diverso a ragione di una crisi che non ha l’eguale nella storia repubblicana
e nel mondo.
È proprio questa gravità che ci obbliga a vedere le cose fuori
da schemi ormai logori e comunque non accettabili né condivisi in Europa.
Non parlo a coloro per i quali niente è mai abbastanza di sinistra né a
quelli che vedono in ogni cosa l’ombra antica e un po’ ridicola del
comunismo marciante: comunisti i Mercati, le Banche, l’Unione Europea per
non parlare della Merkel, di Sarkozy e di Obama.
Parlo a quella stragrande maggioranza di uomini e donne che vogliono vivere in
un Paese dove non esistano nemici ma avversari, dove le appartenenze siano sostituite
dalle competenze, dove non sia più possibile far costruire nell’alveo
dei fiumi e poi partecipare al cordoglio per le vittime di una natura quotidianamente
piegata e sottomessa ad interessi di ogni genere.
Certo, per favorire questo cambiamento epocale delle menti e delle coscienze
molte cose possono e debbono essere fatte:colpire gli egoismi, ridurre gli sprechi,
restituire alla politica principi e valori, dare alle nuove generazioni reali
opportunità e questo elenco potrebbe continuare per molto.
Ma a noi comunicatori cosa compete in particolare?
Mi ha molto colpito un articolo di Michele Mariano, dedicato apornmobile come i media influenzino
il cambiamento, in cui si ricorda come in Italia, per un lungo tempo, la politica
si sia basata sulla possibilità di influenzare gli elettori attraverso
i mass media: i grandi giornali prima e poi la televisione.
A questo proposito, come non ricordare la fulminante battuta di Altan della signora
che, appreso dal marito della rottura del televisore, replica: “M***a,
non avevo ancora deciso per chi votare!”?
Oggi non è più o non è solo il tempo della televisione ma
sempre più quello dei nuovi media che rischiano di aggiungere un inatteso
codicillo al tema di McLuhan “il mezzo è il messaggio” ma
anche “il mezzo è la politica”.
Oggi la rapidità e la globalità dei tanti social network da Facebook
a Twitter lascia intravedere una nuova partecipazione alla vita democratica,
ma anche i pericoli di una banalizzazione di massa di problemi e questioni importanti.
Ecco un terreno su cui occorre ragionare tutti assieme.
Non si tratta più, come alla nascita di Internet, di trovare un linguaggio
e una modalità d’uso condivise, ma di come stare all’interno
di queste nuove strade e di come orientare, per quanto ci compete, la comunicazione
per sottolinearne davvero qualità e differenza. Quello che teneva insieme
e in gran parte caratterizzava le piazze sabato sera a Roma, come altre volte
in Cina o in Egitto, in Siria come in Spagna, era il passaparola telematico più rapido
e diretto di qualsiasi manifesto, discorso o annuncio. La domanda a questo punto è se
siamo preparati a questa rapidità di pensiero e di azione o se politica
e Istituzioni, che nel nostro sistema tendono in molti casi ad avvicinarsi pericolosamente,
sono ancora legate a piazze organizzate e preparate secondo collaudati modi e
tempi.
Molte cose segnalano un simile ritardo dovuto a farraginosità organizzative,
a burocrazie consolidate ed a un pensiero centralistico. Se non saremo capaci
di favorire il nuovo e di capire come e quanto le tecnologie possano darci per
costruire una rete dove partecipazione e azione avranno una rapidità e
un ruolo del tutto nuovi, allora inevitabilmente arriveremo dopo e tardi agli
appuntamenti con la realtà sempre in movimento della nostra società e
non solo.
Certo, per molti motivi, l’Italia non sarà mai la terra di Steve
Jobs. Ma questa constatazione non dovrà impedirci di essere un Paese moderno
ed europeo.









Siamo un Paese che, se riuscisse ad rimediare al 25% dei suoi difetti, svetterebbe ben al di sopra delle maggiori economie mondiali (BRIC, tanto per capirci).
Chi si occupa di Comunicazione dovrebbe quasi indossare il saio del missionario e cercare di dare un senso di bidirezionalità a quello che troppo spesso viene spacciato per "comunicazione": ovvero Parlare senza Ascoltare.
Un esempio che faccio sovente quando parlo di Comunicazione è quello della saggezza di Madre Natura, che ci ha dotati di DUE orecchie e di UNA bocca...