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Poker di coppe

07 Lug 2020

- “Eh, già!” direbbe uno che ama la vita spericolata… Il poker adesso è uno sport. Come l’atletica leggera, il rugby ed il nuoto, il poker “vede” al requisito del “l’importante è partecipare”. Pazzesco, ma è solo l’opinione di un vecchio quarantenne

Beninteso: non disdegno il pokerino, ma definire “sport” un gioco che può degenerare in vizio è un’operazione di marketing troppo sfrontata. Di quel marketing che a me personalmente irrita parecchio.

Certo, lo “sport” va ormai definito tra virgolette, considerata indian big boobs saaril’enorme massa di vil danaro che lo condiziona, che ne ha snaturato i princìpi fondamentali, soffocandolo da malaffari delle più disparate tipologie. Ma arrivare a fare del poker uno sport è sfondare le barriere dell’ipocrisia: a quando insegnarlo nelle scuole all’ora di ginnastica?

Certo è che poter definire un qualcosa “sport”, le permette alcuni vantaggi non da poco, e qui emerge la potenza della comunicazione, della definizione, del sostantivo:

non sarà più malvisto: lo sport fa bene alla salute

avrà libero accesso ala cronaca nei giornali sportivi, tra i più diffusi non solo in Italia: una montagna di pubblicità occulta e gratuita per chi gestisce il gioco con tutti i suoi surrogati, dalle macchinette del videopoker in poi

L’ultimo azzardo è stato assoldare gigi buffon quale testimonial del gioco. Immediatamente il  giurì ha parato lo spot richiamando  “Massima attenzione quando si comunica pubblicitariamente parlando un gioco così particolare come un poker online”.

Ma la faccenda è solo all’inizio. Scommettiamo?

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