Orgoglio & Storyboard
In cima alla preferenze del Dir. Mktg Livio De Nutis c’erano sicuramente le sue collaboratrici femminili: autenticamente multi-tasking,
pragmatiche, orientate al problem-solving. Con alcune aveva perfino sviluppato
un rapporto di umana confidenza, mettendole a parte anche dei suoi pensieri
esistenziali più intimi. Per una sorta di tacita concertazione, o per
le virtù del caso, le lancette degli orologi biologici delle sue ragazze
non si erano mai sovrapposte, fino ad allora. Ora però, per la prima
volta, Livio si trovava a fare i conti con una struttura falcidiata dalle gravidanze,
e per di più, in un periodo di forsennato (quanto insensato, pensava
amaramente tra sé e sé) accanimento lavorativo.
Proprio quando all’orizzonte
non si intravedevano i prodromi di alcun “tornado” aziendale, c’era
sempre qualcuno, pensava De Nutis, che nel segreto del suo laboratorio personale
interiore si prodigava a produrre artificiosamente stress e tossine, figlie
di indicibili frustrazioni e di desolati autunni interiori. Tutte quelle scadenze
troppo ravvicinate, tutte quelle mail perentoriamente melodrammatiche e
quelle facce cupe nelle riunioni, oltre a denotare una ragguardevole “stress
addiction”, non potevano non riflettere il desiderio di scaricare sugli
altri un po’ della propria infelicità, una quota parte dell’insensatezza
della propria condizione. Più che preoccuparsi “in
positivo” della qualità della vita professionale dei collaboratori,
e misurarli unicamente in base alla capacità di traguardare i propri
obiettivi individuali e di team, sembrava quasi che i Capi, sadicamente, si sentissero
appagati solo nel vederli sotto pressione, affardellati, sfibrati e nevrotici.
Ancora una volta, l’ansia doveva fare da fil rouge, da massimo comune
denominatore dell’intera compagine aziendale degenerata. Una ideologia
che taluni non avevano neppure la decenza di denegare in pubblico, ma anzi
ostentavano. Livio non aveva mai dimenticato le parole pronunciate dal Direttore
Generale nell’ultimo decisivo colloquio di assunzione, dopo i passaggi
di rito con la società di executive search: “Noi siamo convinti
che sotto stress si lavori meglio…”. Gli era sembrata una boutade,
una di quelle frasi ad effetto gettate lì per stupire qualche junior,
ma poi il tempo gli aveva insegnato a cambiare idea (per la cronaca il Direttore
Generale aveva avuto un brutto esaurimento ma ora viveva felice al seguito
di un circo…). De Nutis era un sognatore: al punto che gli sarebbe piaciuto
che la Magna Charta valoriale della multinazionale automobilistica, densa di
tutte quelle buffe menate retoriche, contemplasse anche il diritto
alla felicità della popolazione aziendale, come la costituzione americana,
o prevedesse, un po’ come il pil del Bhutan, l’”happiness
ratio” dei collaboratori come ulteriore indicatore su cui misurare le
performance del top management, anche ai fini dei sistemi di incentivazione. Un
po’ per curiosità e un po’ per intima convinzione, aveva
anche preso contatto con una società americana pornmobile.onlinespecializzata in
seminari su temi come “Balance & Happiness: the future of sustainable
job”, ma quando ne aveva parlato con il capo delle HR, un burocrate che
non sapeva guardare oltre paghe, contributi ed una gestione quanto meno opaca
dei fringe benefits, un rumoroso silenzio lo aveva ricondotto alla realtà.
Sembrava quasi che il lavoratore, semplice impiegato o middle manager che fosse,
dovesse sentirsi in colpa per la sua aspirazione al benessere esistenziale
o ad una consapevole quanto responsabile ridefinizione della propria gerarchia
delle priorità; pareva che la sfera lavorativa e quella personale dovessero
restare per sempre universi impermeabili l’uno all’altro, come se
si avessero a disposizione due vite e non una sola, come se ci fosse sempre il
tempo per rimandare, procrastinare, come se si potesse mettere in stand-by la
propria personale recherche… Di qua il lavoro, da interpretare in
una tonalità ossessiva, da là quello che restava, senza ponti e
cerniere. Al massimo, nella terra di mezzo, qualche outdoor training, sempre
più bizzarro e inverosimile, oppio propagandistico per il
popolo aziendale, regolato come nell’antichità a panem et circenses.









