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Comunicazione, crisi e cosa pubblica

07 Lug 2020

In Italia stiamo per festeggiare 150 anni di unità ma per “cosa pubblica” non intendiamo ancora cosa di tutti, ma cosa che tutti possono utilizzare per scopi più personali che finalizzati al bene comune e all’interesse generale.
Da qui nasce l’antica difficoltà a far uscire la comunicazione pubblica dal recinto della propaganda e dell’autoreferenzialità per trasformarla in una disciplina con le sue regole e le sue professioni.

Eppure o la comunicazione pubblica sarà capace di fare questo o risulterà materia ininfluente da utilizzare in modo propagandistico e strumentale sapendo, al contempo, che la pubblica amministrazione è sempre più giudicata dai servizi che offre e non dalle promesse che, oltretutto, raramente mantiene.

Non sono bastate le facoltà di Scienze della comunicazione,pornmobile.online né il decennio 1990-2000 delle grandi leggi di riforma della pubblica amministrazione, né la legge 150 del 2000 per assegnarle quel ruolo che l’impresa e il settore privato hanno da tempo affidato a questa disciplina.

Oggi la comunicazione pubblica cresce davvero laddove esistono Amministrazioni che hanno posto al centro della loro azione i bisogni del cittadino e la qualità dei servizi.

Perché è su questo che la gente accetta il dialogo respingendo al mittente tutto il resto.

Se da questa considerazione scendiamo al particolare, cioè ai diversi settori in cui si va articolando la comunicazione pubblica (cultura, sanità, sociale, crisi) molti di questi risultano in evidente ritardo nella definizione di obiettivi e strumenti.

Prendiamo ad esempio la comunicazione di crisi che sembra più pensata per raffreddare le emozioni che per modificare atteggiamenti, comportamenti e metodi operativi.

Per cui a popolazioni inferocite da decenni di incuria si annuncia che il problema dell’immondizia a Napoli e dintorni si risolverà “in dieci giorni”.

Se dal caso particolare passiamo alla situazione dell’intero Paese vediamo che strategie e professioni della comunicazione pubblica procedono troppo lentamente e a macchia di leopardo.

Invertire questa tendenza non lo si farà con una manciata di tecnologia o con qualche ricerca più o meno scientifica ma solo restituendo al cittadino il suo ruolo di detentore di diritti e di doveri e non di semplice consumatore fiducioso.

Per crescere in modo uniforme la comunicazione necessita quindi di cittadini consapevoli ma la consapevolezza nasce solo dalla conoscenza e questa è il primo gradino della comunicazione.

Compito dell’Università e delle Associazioni come la nostra, che già svolgono un ruolo significativo, è quello di riallineare l’intero sistema, di ridurre o annullare le differenze tra le diverse Amministrazioni nella definizione e nell’erogazione dei servizi.

Su questo terreno deve realizzarsi l’impegno comune dei comunicatori pubblici e dei neolaureati in Scienze della comunicazione.

Sarà la nostra esperienza e la loro formazione a portare lontana la comunicazione dalle secche burocratiche e a trasformarla in un elemento decisivo per la modernizzazione e il cambiamento dell’intero sistema pubblico.

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