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Lusso, Emozioni, Gioielli – Parte 1

07 Lug 2020

Oggi ci troviamo con la D.ssa Fiorella Pallas (ex direttore marketing Gruppo Danone, mamma dell’acqua VitaSnella, da sei anni alla guida di Mii Amo Goielli, società che ha fondato nel 2004 e che segna la nascita dei Gioielli Olistici contemporanei) e con il Dott. Marcello Bedetti (socio della Bedetti Srl, prestigiosa gioielleria romana dal 1882).

D.C.: puoi accennarmi alle tue esperienze professionali passate più significative, che cosa hai tratto da esse e come sei riuscita a esprimere te stessa e la tua creatività mentre svolgevi le mansioni connesse ai tuoi ruoli? In sintesi, chi eri?

F.P.: ho vissuto nel largo consumo, ho fatto tutta la mia carriera nel marketing e ho lavorato nel Gruppo Danone in particolar modo nelle acque minerali come Ferrarelle o VitaSnella, che è stata uno dei miei bambini. L’abbiamo creata con molto successo.

D.C.: come è nata l’idea dell’acqua VitaSnella?

F.P.: avevamo visto che c’era un bacino di consumatori di yogurt VitaSnella e circa cinque milioni di famiglie attratte dal Concept. Era proprio un modo di vivere VitaSnella e non un prodotto. Da qui abbiamo deciso di creare questa acqua che rappresentasse la sintesi di tutti quei valori che i consumatori cercavano. Infatti tutta la gamma, compresi i biscotti, ebbe grandissimo successo tanto da essere uno dei lanci più profittevoli del Gruppo.

D.C.: ricordo che tale acqua ruppe molto gli schemi con il percepito che il consumatore aveva di una minerale…

F.P.: essa nasce dall’analisi del concept a disposizione. Quando abbiamo iniziato a fare le prime analisi mi resi conto che c’era uno spazio libero nel posizionamento del benessere e non tanto dei prodotti light dell’epoca. Infatti eravamo in presenza di un cambiamento in atto, dove le persone non volevano sentirsi private di qualcosa, ma erano alla ricerca del benessere. Nasce così VitaSnella nell’acqua, dove abbiamo attirato molte persone a questo concetto “dell’acqua che elimina l’acqua”, un concept innovativo sotto molti aspetti del suo marketing mix: dalla bottiglia turchese, al posizionamento sul mercato.

D.C.: ad un certo punto cosa è successo, come mai hai deciso di lasciare questa carriera arrivata oramai all’apice?

F.P.: io ero arrivata nel Gruppo facendo e ho fatto la mia gavetta da assistant product manager, product manager , e cosi via e ho fatto anche l’esperienza nelle vendite in Francia, dove ho fatto il venditore per poi gestire a Parigi un gruppo di venditori. Sono tornata in Italia nel marketing dove ho continuato a crescere, li mi hanno dato la responsabilità sui nuovi progetti per Danone. È qui che nasce l’idea di Vitasnella , siamo nel 1995. Arriviamo al 2000, era un periodo in cui viaggiavo tantissimo, ero davvero sommersa dagli impegni in un contesto di quegli anni dove l’arrivare, l’essere in carriera, essere dirigente era una cosa considerata dagli altri molto importante e io mi sono resa conto che non mi importava più. C’erano dei pezzi della mia vita che si erano completamente persi e quindi cercavo di fare la super-woman come perfetta manager, perfetta madre, perfetta moglie, perfetto tutto ma ero veramente diventata isterica. La verità era che avevo due figli piccoli di quattro e sei anni che non mi conoscevano, vivevo con il Malox sul comodino e una grande responsabilità manageriale. In tutto questo però mi mancava un pezzo…me stessa.
Allora decido di mollare tutto e di prendermi un anno sabbatico.

D.C.: dove sei andata e cosa hai fatto in quel periodo?

F.C.: siamo andati in giro, prima in barca a vela nei Caraibi e abbiamo vissuto in mare per cinque mesi. È stata un’esperienza bellissima, dopodichè siamo andati in America dove abbiamo girato 22 Stati in macchina, Camper, House-Boat, Treno. Abbiamo fatto di tutto: io, mio marito (anche lui lasciò il lavoro aziendale che svolgeva al tempo) e i miei figli.
Ad un certo punto sono arrivata in un posto assolutamente magico che si chiama Sedona, in Arizona. È un posto incredibile, 20.000 anime in questo paesino che è all’interno di un grande Canyon color rosso con un cappello fatto di un cielo turchese meraviglioso e in cui tutti sono sorridenti, felici, amorevoli e ti accolgono con un grande sorriso in volto. Sono arrivata lì, ho conosciuto gli indiani d’america e sono incappata nel Vortex. I Vortex sono dei luoghi in cui il campo elettromagnetico è molto forte e particolare, esistono una decina di posti nel mondo i cui sono presenti. Sedona è in mezzo a quattro Vortex.
Sedona è una meta spirituale, questo però l’ho scoperto solo dopo perché non lo sapevo.
Arrivi e in sostanza è come mettere le mani in una presa elettrica, senti un’energia molto particolare. Io ho avuto un’esperienza incredibile, sono andata a fare una passeggiata nei canyon in mezzo ai Vortex ed ho un buco temporale di cinque ore nel quale non mi ricordo cosa sia successo. Quello che so è che sono tornata e parlavo di fare dei gioielli per accompagnare le persone nel loro cammino di risveglio. Poi ho incontrato gli Apache la sera stessa, facendo con loro il mio primo incontro.
Per tutta una serie di eventi e sincronie, come le definirebbe Jung, ho fatto amicizia con un apache che vive a Sedona e quando sono tornata in Italia mi hanno invitato a partecipare ad una cerimonia sacra in territorio sacro indiano, come unica donna bianca. Ho partecipato a questa cerimonia, c’erano Navajo, Seminole, Apache, Sioux, Lakota ed è stata un’esperienza incredibile per me. Questo episodio ha cambiato il mio modo di percepire la realtà, è stato l’inizio di un percorso su me stessa.

D.C.: in che anno avveniva tutto questo e quanti anni avevi?

F.C.: questo avveniva nel 2002-2003. Avevo 37-38 anni. Quindi dopo questi eventi ho iniziato a sognare gioielli. Avendo fatto una carriera nel marketing, non sono un’artista ne tanto meno un’artista che inizia disegnando.

D.C.: tu sapevi disegnare?

F.P.: no, non ho mai saputo disegnare. Ho delle designer che lavorano con e per me.

D.C.: hai detto che sognavi i gioielli ma non sai disegnare. Posso supporre che la tua capacità di visualizzazione sia così nitida che riesci a vedere il gioiello chiaramente in dettaglio, non solo in due ma anche in tre dimensioni. È così?

F.P.: Si

D.C.: i gioielli li sogni, quindi non vai per imitazione dell’esistente. Mi puoi quindi descrivere come accade il processo?

F.P.: mi arrivano in sogno. Non sempre sogno anche l’abbinamento con la pietra, magari sogno solo la pietra. Il primo è stato “Inaji”, il vortice che significa “Innalzamento”. Avevo sognato una forma a spirale molto chiara, poi il pavè che è stato messo attorno era di citrino perché a livello di frequenza si sintonizzava sul messaggio che mi era arrivato. Il mio percorso era iniziato anche con lo studio parallelo delle pietre sia a livello gemmologico che di cristallo terapia.

D.C.: hai appreso la conoscenza e poi creavi oppure ti informavi mentre facevi?

F.P.: quando stavo passaggiando tra i Vortex prima di iniziare a parlare di gioielli, ho pianto per due giorni. Mi rendevo conto che era una pazzia fare dei gioielli quando non avevo nessuna skill in quel settore. Non sapevo disegnare, non sapevo nulla delle pietre e non conoscevo nulla del mercatoindian school teens fucking avendo conosciuto solo le acque minerali. Un apache mi disse: “non ti preoccupare, se questo è il tuo cammino riceverai dei segnali”.
Dopo due settimane mi sono persa nella zona industriale di San Diego perché volevo portare i miei figli a Legoland e sono andata a finire davanti la G.I.A (Gemological Institute of America).
Sono entrata, dopo essermi detta “questo è un segnale”.
Sono andata nella libreria interna e ho iniziato a guardare libri, disegni e mi sono rimessa a piangere dicendomi “come penso di farcela?”. Mentre ero in questo stato, passa una signora che mi vede piangere e mi chiede: “Che cosa le succede?”. Io rispondo: “Guardi devo fare dei gioielli e non so da dove iniziare”. Lei: “ma io mi occupo della formazione”. E dopo due mesi ho iniziato il mio primo corso che era il Colored Stone Grading. Sono partita subito, tutta una serie di vicissitudini mi ha portato a conoscere poi questo mercato, ma avevo un vantaggio rispetto agli altri: io non arrivavo in esso con l’idea di fare dei gioielli, il mio punto di partenza era completamente diverso.
La mia Mission era realizzare degli strumenti capaci di connettere la dimensione esteriore di ogni individuo con quella interiore.

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