Orgoglio & Story-board.
La vita quotidiana procedeva lenta lungo i vialetti alberati della monotonia. Dopo la buona prova fornita in occasione del convegno sulla mobilità, le quotazioni del Dir. Mktg Livio De Nutis sembravano in timida risalita. Lo skilift della casa automobilistica pareva in grado di trasportarlo almeno fino ad un rifugio intermedio, da cui osservare le delusioni pregresse come un incidente di percorso fine a se stesso. Fu in una simile condizione che Livio venne attraversato da un palpito improvviso, che si dischiuse in un numero imprecisato di emozioni. Guardò meglio. No, non un numero imprecisato, ma un numero ben definito. Quattro, per l'esattezza, quante le lettere che compongono la parola Idea.Ne parlò con l'A.D. Ing. Pagano, indossando l'abito buono di un rinnovato entusiasmo. L'idea si trasformò presto in una paginetta in Word, poi in due, quindi in un rough visionario in PowerPoint. L'A.D.
sentì la casa madre a Londra. Preparate un piano, rapidi: scenario, fattibilità commerciale, percorribilità economica. Chiamiamolo Progetto Futura.Era il progetto capolavoro di Livio. Passava ore intere - più che orgoglioso, quasi rapito - a sfogliare il draft, le slide multicolore e gli economics. E quanto più il tatto si affiancava alla vista in una gratificante esperienza multisensoriale, tanto più si convinceva del fatto che doveva essersi trattato di una irripetibile coincidenza di fattori propizi. La sua componente auto-celebrativa, invece, non voleva sentir parlare di sorte e casualità. Per lei quel progetto era frutto solo di sangue, sudore, lacrime, dell'andirivieni continuo, massacrante e vivificante ad un tempo, tra la Promenade dell'Avvilimento ed il Paseo dell'Esaltazione. De Nutis sognava: sul palco un paio di miss lo stavano aiutando a indossare la maglia rosa di leader della classifica delle intuizioni brillanti. Applausi convinti
del pubblico. Cori di Livio, Livio. Solo una nota stonata, non riportata nel pentagramma ufficiale. La sinfonia si interrompe, di colpo.Roberto Anzivini, in una vita precedente, doveva essere stato violentato, a turno, dall'intero genere umano. Era per questo che, con ogni probabilità, provava un sordo rancore nei confronti di tutta la popolazione del pianeta, ritenuta corresponsabile anche solo per mero fatto di discendenza.L'unica cosa che aveva in comune con Madre Teresa di Calcutta era presumibilmente una carie ad un premolare. Il suo "punto G" era ubicato nel luogo in cui le proprie sfrenate ambizioni si incrociavano con le altrui sventure. Ma nulla dava a vedere. Parlava con quella sua insopportabile voce da bravo ragazzo, incardinata in una faccia da bravo ragazzo."Specchio, specchio delle mie brame, chi è il più figlio di puttana del reame?"Un sorriso sardonico ad alterare i lineamenti, un ghigno satanico quasi a rendere
retorica la domanda. Potrebbe essere questo l'incipit della favola rabbrividente di Roberto.Quando qualcuno gli aveva detto che Anzivini era ingenuo quanto il torturatore prediletto del Boia di Treblinka, Livio non gli aveva creduto. Né lo aveva insospettito il silenzio assordante sul suo passato: sembrava che arrivasse dal nulla, che fosse venuto alla luce in azienda a nove mesi da un coito tra persone per bene, virtuose.All'inizio era affabile, premuroso fino all'eccesso, e ciò lo rendeva ancora più detestabile agli occhi dei pochi che lo conoscevano davvero. Livio lo accolse con calore e sincerità, lo presentò ai suoi riferimenti interni più vicini. Lo mise a parte di idee ed iniziative, senza riserve.Solo qualche tempo dopo si accorse che in breve tempo Roberto era riuscito a diventare il fulcro di una rete di relazioni sotterranee che si sovrapponeva e sovente si sostituiva all'organigramma aziendale, quello ufficiale. Una
specie di società segreta costituita con l'unica finalità di fottere il prossimo. C'era una cosa che rendeva ancora più aberranti le mostruosità di cui Anzivini si macchiava.. Livio aveva pensato a lungo che fosse mosso unicamente da un appetito di potere, al quale ogni altro aspetto doveva essere sacrificato. Non era così, o almeno non solo così. In realtà non si nutriva soltanto dell'altrui disintegrazione, ma anche e soprattutto dell'altrui sofferenza.Ci sono pescatori che ributtano in acqua la preda appena catturata, già appagati dalla propria performance tecnica e dal leggere negli occhi della vittima risparmiata il riconoscimento della sconfitta, la proclamazione del vincitore. Anche Roberto non uccideva, ma non certo per una nobile ragione o per il ripudio della violenza. Quando l'ultimo anelito di vita è già svanito, il rapporto con la morte è ormai di tipo certificatorio, notarile. A lui non bastava.
A lui interessava partecipare attivamente allo spettacolo del travaglio che precede il decesso. Era così che raggiungeva il suo orgasmo, al punto da reiterarlo. Sfiniva il suo pesce all'amo fino quasi all'ultimo rantolo, poi lo lasciava ritornare in acqua quanto bastava per dargli una illusione di vita. Ma poi tornava a tormentarlo in una sadica spirale senza fine.









