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Comunicazione Vs Conservazione.

30 Mar 2007

Comunicazione Vs Conservazione.Non sembrano particolarmente incoraggianti i segnali che ci arrivano dalle nostre delegazioni regionali, circa lo stato di salute della comunicazione pubblica.Alle silenziose resistenze di una parte di burocrazia si stanno aggiungendo nuovi protagonisti nello scontro tra comunicazione e conservazione.Quelli che non si "sporcano" mai le mani preferendo gonfiare i palloncini delle teorie più strane per non dover dichiarare con chi stanno: con i giovani laureati in Scienze della Comunicazione o con gli apparati sclerotizzati, con gli innovatori o con i "frenatori".Quelli che le facoltà di comunicazione le vorrebbero solo per andarci ad insegnare, ma che poi non sopportano la concorrenza dei neo-laureati.Quelli, infine, incapaci di guardare avanti, che ringhiano sull'osso raccolto negli anni belli in cui la comunicazione era una sorta di misteriosa e forse per questo affascinante religione officiata da una piccola casta di sacerdoti.Intanto qualcuno continua ad interrogarsi su quanti e quali aggettivi o sostantivi si debbano ancora aggiungere alla parola comunicazione, qualcun altro inventa nomi diversi per indicare la stessa professione quasi che la questione fosse definire le etichette anziché i contenuti.Qualche studente abbandona l'indirizzo di laurea in comunicazione pubblica sconcertato dalla confusione che regna sovrana nelle Istituzioni, non tanto sulla definizione quanto sulle strategie e le finalità della comunicazione pubblica.Molti dipendenti che hanno accettato la sfida di aggiornarsi e formarsi a questa nuova disciplina si vedono superati da colleghi che hanno scelto le più note e collaudate strade per arrivare a personali sviluppi di carriera.Chi dovrebbe farlo non si impegna fino in fondo nell'attuazione della Legge 150, altri, incapaci di modificare questa realtà, pensano di sostituirla con i "megastore della p.a.", mitici luoghi dove tra l'acquisto di una mozzarella o di un dentifricio, sarebbe possibile espletare anche le pratiche amministrative. Altri ancora utilizzano denaro pubblico per mantenere vivi siti Internet dedicati alla più praticata attività del dipendente pubblico: la lamentela.Anche qualche amministratore locale non intende essere da meno. Con un tratto di penna si cancellano URP o si chiudono uffici stampa. Con un acritico ossequio alla legge Finanziaria si dimezzano risorse e investimenti in comunicazione oppure, con risibile scelta, si bandiscono concorsi pubblici per comunicatori in cui sono richieste, in barba alla legge 150, le più disparate lauree d'accesso.Tutto questo accade nel consueto contesto di scarico di responsabilità. I dipendenti accusano i sindacati, i sindacati attaccano le Amministrazioni, le Amministrazioni chiamano in causa il governo, il governo interroga l'Aran e l'Aran non risponde a nessuno. Intanto su molte Amministrazioni tornano lentamente a ruotare stormi di "tuttologi" e tutti coloro ai quali, a differenza dei dipendenti pubblici, non viene richiesta nessuna laurea, nessuna professionalità se non il nome della Società che rappresentano che, se è in inglese, of course, vale di più. Insomma, riemergono tutti coloro che la legge 150 aveva tentato di tenere a distanza dal "bottino" pubblico.Ma nel settore pubblico esistono volontà, intelligenze e capacità che chiedono solo di potersi confrontare e collaborare con analoghe qualità del settore privato.Proprio per questo occorre che i comunicatori pubblici, consapevoli della posta in gioco, diano un forte segnale di impegno e di partecipazione. Cominciando dall'essere presenti in massa con le loro Amministrazioni, al COM-PA del prossimo novembre.

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