Innovazione vs Conservazione.
Qualcuno sostiene che il più bel libro sulla comunicazione pubblica che oggi si potrebbe, o meglio si dovrebbe, scrivere sono i racconti, tra lo sdegnato e il rassegnato, dei giovani neo-laureati in Scienze della comunicazione "fortunosamente" approdati alle rive del pubblico impiego. Si tratta, molto spesso, di testimonianze di come teoria (nelle Università) e pratica (nelle Istituzioni) continuino a viaggiare con velocità diverse e in diverse direzioni. Quando non si arriva alla drammatica scoperta che competenza, capacità, professionalità sono, troppe volte, una sorta di sudari che avvolgono apparati impreparati, dirigenti incapaci e amministratori ignavi. Non si tratta di dividersi nelle pseudo scuole di pensiero degli ottimisti e dei pessimisti. Per quanto mi riguarda, tendo a diffidare degli ottimisti e del loro entusiasmo, soprattutto se diventa permanente, così come non
mi convincono i pessimisti, soprattutto se ogni loro ragionamento porta come conclusione che le cose vanno lasciate come sono. Né è il caso di evocare la teoria del bicchiere mezzo vuoto o mezzo pieno né altre simili filosofie da circolo ricreativo. Se dovessi esprimere una mia personale preferenza, indicherei come elemento da seguire quello della consapevolezza: delle difficoltà da affrontare, della consistenza delle proprie forze, degli obiettivi da raggiungere. Anche per questo ritengo che su questi temi si debba cominciare a fare meno letteratura e psicologia e più analisi e ricerca. Inoltre, non credo alla forza della denuncia in quanto tale se non è accompagnata da proposte alternative, così come non credo al valore educativo dell'ottimismo quando non è suffragato da proposte concrete. In entrambi i casi, si rischia di produrre quell'apatia culturale, quella mediocrità di pensiero e quella limitatezza di azione
che sono il terreno di coltura della burocrazia e dell'autoreferenzialità. A ben riflettere, i giovani laureati non ci dicono niente di clamorosamente nuovo. Ci confermano solo che un certo andazzo che caratterizza una parte di pubblica amministrazione è duro a morire. È quello di chi pensa alla pubblica amministrazione come ad una grande riserva di caccia, governata dalla legge del giorno per giorno, dalle regole dell'improvvisazione e dagli annunci senza i fatti. Un sistema marmorizzato nelle sue anacronistiche procedure e nei suoi controlli che spesso risultano incomprensibili e funzionali solo per evitare ogni principio di responsabilità diretta e ad atomizzare competenze e colpe (più le seconde che le prime). Questi mali hanno cause e nomi noti. Si tratta del pressappochismo incolto, del dirigismo senza dirigenti, della discrezionalità che spesso sfocia nell'arroganza, del non rispetto delle leggi "scomode",
dello stabilire miriadi di regole per poi piegarle a seconda delle situazioni e delle persone. È, in una parola, il solito volto della peggior burocrazia. Quella, per intenderci, da sempre sollecitata a cambiare, ma che poi non cambia mai. Ma oggi una simile burocrazia non serve più a nessuno. Né all'economia, né al Paese, né, tantomeno, all'Europa. Essa sopravvive per forza d'inerzia, per difesa corporativa, per incapacità a considerare il sistema pubblico come una grande azienda e come prodotti le sue diverse attività. Cambiare tutto ciò spetta non solo a nuove leggi ma soprattutto ai comportamenti di tutti gli innovatori, a cominciare dai comunicatori pubblici.









