Il mercato globale tra certezze e dubbi (seconda parte).
Ecco la seconda puntata di una riflessione per iniziare l'anno con uno sguardo al futuro che ci attende. Che ruolo hanno le leggi nella globalizzazione dei mercati? In particolare quale può essere la funzione della privacy nel mondo futuro che ci attende? Due settimane fa insieme ai lettori di questa rubrica mi sono chiesto: che ruolo possono avere le leggi nel processo di globalizzazione dei mercati che è sotto gli occhi di tutti? Un ruolo centrale in questo contesto assume la tutela della privacy, che è ormai in modo sempre più chiaro il presupposto per garantire la libertà individuale di ognuno di noi. Allora dobbiamo chiederci: la privacy aiuterà lo sviluppo dei mercati o rappresenterà un vincolo? Non è possibile dare una risposta secca a questa domanda. Molto dipende dal modo in cui le leggi sono formulate ed applicate. Esistono leggi efficienti
e leggi non efficienti e di questo si occupa, con metodi scientifici, una materia che si chiama Analisi economica del diritto. In particolare per le leggi che proteggono la privacy dei consumatori la risposta non può essere univoca perché diverse sono le soluzioni scelte dai consumatori. Il meccanismo europeo, basato sul cosiddetto opt out, tende a privilegiare la libertà di ognuno di trattare i dati personali altrui fino a quando non venga esercitato il diritto alla riservatezza da parte della persona cui i dati si riferiscono Il metodo italiano, fondato sul cosiddetto opt in, dimostra di dare grande rilevanza alla riservatezza individuale anche a scapito del diritto alla conoscenza da parte dei consociati: non è possibile trattare i dati personali se non in presenza del consenso dell'interessato. Facendo una comparazione tra le varie leggi, emerge in modo chiaro che la scelta
condivisa dai legislatori di gran parte dei paesi europei (per esempio Regno Unito, Francia, Spagna, Portogallo, Svezia, Olanda, Belgio) fino a non molto tempo fa fosse nel segno di favorire la libertà del trattamento dati, dando all'individuo una sorta di potere di veto per bloccare quelle operazioni che egli ritenga, in astratto o in concreto, lesive della sua riservatezza. In questo quadro normativo il futuro mercato globale potrà agevolmente svilupparsi, permettendo al produttore di entrare in contatto con ogni singolo consumatore. Al contrario l'Italia, capofila di un orientamento recepito con crescente interesse nel resto d'Europa (penso tra gli altri alla Germania, patria europea della protezione dei dati personali) ha fatto prevalere la tutela del singolo a scapito delle libere iniziative commerciali. In questo sistema sarà inevitabile una maggiore difficoltà del sistema imprenditoriale ad affermarsi come interlocutore
consapevole delle esigenze dell'individuo. Nulla potrà essere fatto senza il preventivo consenso dell'interessato. Se questo è il quadro generale, credo che non ci si possa esimere dallo studiare, con serenità ed efficacia, gli strumenti che permettano di riequilibrare il meccanismo di tutela della legge che tutela i dati personali: solo così sarà possibile permettere alla società di svilupparsi nella direzione di progresso che le tecnologie e le culture presenti rendono oggi raggiungibile. Non basta proibire per proteggere. Inibire le attività di trattamento dei dati non elimina i pericoli di abuso ma rende senz'altro più difficile lo sviluppo del dialogo consapevole tra mercato globale e consumatore individuale. Occorre non aver paura del futuro e volgere lo sguardo verso la nuova frontiera del mercato "globale ed individuale", come ho spiegato nel mio articolo precedente. A quel punto sarà inevitabile
per il legislatore italiano adottare le soluzioni che altre nazioni europee già da tempo hanno sperimentato con piena soddisfazione di tutti. Credo che solo un approccio integrato ai problemi della riservatezza (fatto di norme equilibrate, autodisciplina e strumenti tecnologici) possa dare slancio alla effettiva protezione dei dati personali in un mercato senza frontiere. Anche perché, come sempre, dietro le cose così come sono, c'è anche una promessa: c'è l'esigenza di come dovrebbero essere le cose; c'è la potenzialità di un'altra realtà, che preme per venire alla luce. Osservo un po' annoiato la planetaria discussione sulla "globalizzazione" che ci viene proposta dai media, ingessati tra i movimentismi barricaderi ed i capitalismi postindustriali ormai demodè. Sono meglio le Tute Bianche del popolo dei No Global o i Gessati Sartoriali degli uomini d'affari? E' triste constatare
che la cronaca non sa far altro che proporci queste questioni pelose che ci distraggono, tra note di colore e sensazionalismi, rispetto all'unico vero tema che si pone davanti a noi: che razza di futuro vogliamo vivere ed offrire ai nostri figli. Posso fare una proposta? Sarebbe bello che qualcuno parlasse di questo: il futuro non è certo solo questione di profitti ma non è nemmeno esclusivamente questione di diritti. La qualità del nostro futuro è, ritengo, un problema di equilibri che devono essere prima ricercati e poi protetti e garantiti a tutti. Allora cosa aspettiamo a chiederci davvero che rapporto dovrà intercorrere in futuro tra il singolo e la collettività ed in che modo individuo e mercato globale potranno interagire, nel rispetto della personalità di ognuno di noi? Quale tra i vari mondi possibili vogliamo far prevalere? Non chiedetemi di rispondere a questi quesiti. Non sono un guru. Io qui non voglio dare risposte
ma solo sollecitare una riflessione comune su questi temi. Quasi senza accorgermi ho rivolto lo sguardo verso la potenzialità delle cose, verso quello che potrebbe essere ed ancora non è: con questa visione davanti agli occhi la mia ricerca di ipotesi profetiche da raccontare ai miei cortesi interlocutori, finalmente si placa. Forse ho trovato qualcosa di utile da raccontare ai convegni presso i quali sono invitato. Perché, sapete che cosa vi dico? Non mi dispiace affatto l'idea di contribuire a far nascere qualcosa che potrebbe esistere ed ancora non c'è, come fa umilmente un'ostetrica, diceva Socrate, maestro di maieutica. Alla faccia di tutti i guru, che (forse ho capito perché mi stanno tanto antipatici) mi sembrano la versione moderna dei Sofisti, che criticavano Socrate perchè "faceva troppe domande", ma che tanto dicono e nulla concludono?? e pretendono anche di avere ragione, senza nessuna ombra di dubbio e senza nessuna motivazione.









