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Comunicare: un esercizio di democrazia.

02 Ago 2006

Comunicare: un esercizio di democrazia.Negli ultimi quarant'anni, non ricordo un politico sconfitto che non abbia praticato il consolatorio rito del "non siamo stati capaci di comunicare".Eppure di quei governi, di quei presidenti, di quei sindaci non era trascorso giorno senza che televisione, radio e giornali non ne avessero dato conto, parlato e spiegato.Quale "incapacità" viene dunque chiamata in causa il giorno dopo ogni sconfitta?La risposta è sempre la stessa.Sino a che si continuerà a confondere il meccanismo informativo con quello comunicativo, sino a che si continuerà a scambiare gli annunci con i fatti e i progetti con le realizzazioni, sarà inevitabile interrogarsi su dove, come e quando si è stati incapaci di comunicare.Si preferirà credere che la vittoria o la sconfitta siano dipese da una bandana, da un riuscito maquillage, da una comparsata televisiva alla ricerca della maestra elementare perduta. Quasi che i milioni di persone che guardano la tv (cosa dovrebbero fare invece?) non siano poi gli stessi che, giorno dopo giorno, debbono sopravvivere nella giungla delle difficoltà e dei problemi.La verità è che tra la promessa di comunicare e la fatica di farlo occorre stabilire un forte esercizio di coerenza.Spesso, invece, la comunicazione viene invocata prima (campagna elettorale), trascurata poi (periodo di governo) e rimpianta dopo (sconfitta).Comunicare è un complesso meccanismo che richiede onestà intellettuale, fatica e impegno. Un processo "bidirezionale" che non basta enunciare teoricamente se poi non si riesce a praticare nella quotidianità.Questo vale per tutti e, a maggior ragione, per chi governa il Paese.Prendiamo, ad esempio, il decreto Bersani, materia incandescente di questo torrido luglio.Gli effetti negativi del solo annuncio sono stati conosciuti da tutti coloro che non hanno trovato un taxi o hanno visto sconvolto il traffico nelle proprie città. Per non parlare di chi è finito nei cortei dei farmacisti o di chi viene già minacciato di restare senza pane.Ma se si chiede alle vittime incolpevoli di tutto questo, che sono poi i cittadini, cosa propone il decreto, quali vantaggi comporta e a favore di chi, si entra nel regno della non comunicazione.E nel regno della non comunicazione sembra aver ragione chi urla più forte e non chi ha più cose da dire.Eppure, non si può affermare che sull'argomento i mass-media siano stati reticenti.È mancato, invece, oggi come ieri, un sistema teorico-pratico per comunicare (nel senso di parlare e ascoltare) direttamente con la gente. Comunicare, cioè, come strumento per l'esercizio della responsabilità collettiva. Strumento democratico per capire le motivazioni dei provvedimenti, per prevederne gli effetti e assumere quindi comportamenti consapevoli e responsabili (di chi governa e di chi è governato). Un metodo sempre più indispensabile proprio nel momento in cui da destra e da sinistra si chiede alla gente di partecipare alla formazione delle decisioni e alla gestione della cosa pubblica.Occorre, dunque, pensare ad un sistema comunicativo a rete capace di raggiungere il più grande numero di persone. Non per convincerle di qualche cosa ma per informarle di tutto. Spetterà poi al sistema dei media approfondire, criticare, suggerire o sollecitare.Senza temere l'accusa di populismo. Chi fa del facile populismo ha bisogno della propaganda non della comunicazione. Senza cadere nella trappola burocratica che per sua natura tende a lanciare messaggi sempre tranquillizzanti e spesso autoreferenziali.Altrimenti prepariamoci a (ri)sentirci dire, prima o poi, che la sconfitta è figlia della non comunicazione.

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