Username: Password:  
Non sono ancora iscritto, vorrei registrarmi
articolo letto 6230 volte

Lo sviluppo del commercio elettronico dipende (anche) dall'IVA?

16 Mag 2006

Lo sviluppo del commercio elettronico dipende (anche) dall'IVA?Che relazione esiste tra il Fisco e lo sviluppo del commercio elettronico? Il rapporto c'è ed è assai stretto. Il regime fiscale da applicare a merci e servizi influisce pesantemente sullo sviluppo di ogni canale di vendita. Per capirlo basta fare questa esperienza: mettere a confronto i prezzi praticati per uno stesso bene in Paesi che applicano aliquote fiscali diverse. Tutti sanno che fare il pieno di carburante in Svizzera è assai conveniente perché lì vengono applicate imposte inferiori rispetto a quelle dovute in Italia. Con buona pace dello Stato italiano, solo chi risiede in prossimità del confine può trarre vantaggio da questa possibilità. Le distanze, si può dire, favoriscono il Fisco ed impediscono al consumatore di scegliere il fornitore più conveniente.Ma quando ci trasferiamo nella Rete, mondo immateriale e senza confini, le cose cambiano. Il commercio elettronico teoricamente rende assai semplice un ricorso sistematico a questa pratica elusiva, con grave danno per le casse dello Stato di residenza del consumatore che perderebbero molte delle entrate legate agli scambi commerciali. Da qui la necessità per il Fisco di mantenere un controllo stretto anche sulle attività commerciali on line, imponendo regole certe di tassazione per le vendite effettuate tra soggetti residenti in nazioni diverse.L'applicazione di un peso fiscale nelle vendite in rete rischia di compromettere lo sviluppo del commercio elettronico, che invece fonda buona parte della suo appeal proprio sulla convenienza di acquistare on line. Questo è il problema di politica economica sul quale la discrezionalità del legislatore è chiamata ad intervenire. Fino a ieri, in assenza di regole certe, per stabilire le regole fiscali del commercio elettronico era sufficiente adattare la normativa vigente. L'ostacolo maggiore è rappresentato dal fatto che la normativa fiscale è profondamente legata al territorio. L'esatto contrario rispetto a quanto avviene in Internet dove tutto è virtuale ed i legami tra l'operatore ed il territorio in cui opera sono tutt'altro che certi. Individuare il luogo in cui avviene la conclusione del contratto, al fine di tassarlo, è un'operazione assai complicata: quello che manca è un collegamento certo tra l'indirizzo virtuale da cui viene diffusa l'offerta commerciale e l'indirizzo reale del venditore inteso come persona. E visto che l'imposizione fiscale, almeno ai fini IVA, di regola avviene nel paese d'origine del prodotto, ecco che si perde ogni aggancio con la realtà. Pur con queste incertezze, fino ad ieri vigeva la regola per cui una prestazione di servizio fornita da un soggetto Extracomunitario ad un soggetto Comunitario e fruita all'interno della Comunità Europea non fosse, secondo le regole generali, soggetta ad imposizione. Si sarebbe potuta generare una corsa a stabilire la propria sede d'affari al di fuori dell'UE, esclusivamente per fini elusivi.Per evitare fenomeni di questo tipo, è stata emanata fin dal 2002 dal Consiglio ECOFIN dell'UE una direttiva che fissa regole precise e severe. Tra i tanti conflitti di interessi che le nuove norme sollevano, uno inquieta particolarmente: è stata prevista la sottoposizione all'IVA delle imprese extra-UE, che finora ne erano escluse. Così il venditore americano che riceve un ordine on-line dall'Europa è tenuto ad applicare e versare l'IVA sulle vendite a consumatori finali nell'UE.Come scriveva Bill Gates in un suo libro di successo, il commercio elettronico permette di fare affari alla velocità del pensiero. Sembra che anche il Fisco voglia muoversi con la stessa celerità. Ma in questa gara ad inseguimento, il commercio elettronico rischia un brusco stop.

Non ci sono ancora commenti
Effettua il login o registrati per poter pubblicare i tuoi commenti in tempo reale.
busy