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La politica italiana? 10 in comunicazione. Anzi, 4.

02 Mag 2006

La politica italiana? 10 in comunicazione. Anzi, 4.Chiusa la campagna elettorale per le politiche, fra un mese torneremo tutti a votare per le amministrative e, dopo qualche settimana, per il referendum sulla devolution.Ci attendono quindi nuove maratone elettorali, altri comizi, talk show, confronti e scontri. Non c'è paese democratico dove questo non avvenga, più o meno come da noi. E' il prezzo della democrazia, mettiamoci l'anima in pace.Una anomalia che ritengo invece molto italiana, e a cui non dobbiamo rassegnarci, è la battaglia dei numeri. Credo che mai come in questi ultimi 10 anni i numeri siano stati i protagonisti della comunicazione politica ed elettorale. Un'inondazione, una valanga che come tutte le cose eccessive non ha giovato però alla chiarezza e alla comprensione dei fatti. Anzi ha reso la comunicazione elettorale più confusa, noiosa e talvolta irritante.Il problema è che in un paese normale di numeri ne basterebbero almeno la metà. Vale a dire quelli "ufficiali" che rilascerebbe una sola autorità, quella istituzionalmente preposta e riconosciuta da tutti. In altri paesi, prima di dare il via al confronto mediatico tra gli sfidanti di opposti schieramenti, spesso è lo stesso giornalista-moderatore a fornire i dati di riferimento entro cui svolgere il dibattito. E i dati, siano essi economici, finanziari o di bilancio, non si criticano perché sono 'quelli' e basta. La discussione in questo modo può concentrarsi più utilmente sulle cause o le soluzioni dei problemi esistenti.Avete visto cosa avviene invece nei nostri dibattiti televisivi? Quanto tempo perso, incredibilmente, nel contrapporre numeri e percentuali regolarmente opposti.Nel tentativo di "spiegare" ai cittadini come vadano realmente le cose ognuno snocciola i "suoi" dati, disegna grafici, sfodera documenti accuratamente predisposti. Ma ciò che più disorienta l'ascoltatore è che i dati contrastanti non sono inventati: hanno tutti una paternità autorevole. Prendiamo il cosiddetto "buco" di bilancio lasciato dal centro-sinistra nel 2001. Non si è mai capito (nemmeno dopo 5 anni) a quanto ammontasse: 18-20 miliardi di Euro, come dice il centrosinistra citando l'Istat e la Ragioneria dello Stato; oppure 44-62 miliardi come dice Tremonti citando la Banca d'Italia. Stessa incertezza per il Pil (Prodotto interno Lordo) che risulta contemporaneamente in calo o in crescita a seconda della parte politica interpellata o della fonte citata (Istat, Eurostat, ecc.). E così per i nuovi posti di lavoro, che vanno da più di un milione a poche centinaia di migliaia. Oppure per le ore di inglese a scuola: a seconda di chi lo dice o sono calate (secondo il Censis) o sono aumentate (secondo il Ministero della Pubblica Istruzione). Per non parlare delle tasse: il governo sostiene di averle abbassate; secondo l'opposizione sono aumentate. E non c'è certezza nemmeno sulla percentuale dei reati, un dato apparentemente facile da conteggiare. Non parliamo poi del numero dei clandestini, incerto per definizione; è fin troppo ovvio che il numero dichiarato dal governo non coincida affatto con quello dell'opposizione.E infine, il dato che in una elezione conta più di tutti: il numero di voti. Anche su questo, c'è bisogno di dirlo? non c'è quasi mai accordo. Spesso si fa fatica persino a capire chi ha vinto o chi ha perso. Se non si cambia presto metodo, però, di sicuro a perdere sarà l'intero paese.

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