Se è sempre colpa della burocrazia...
Chi si prendesse la briga di mettere in fila un anno di titoli di giornali, le dichiarazioni di esperti, qualche intervista di studiosi e alcuni saggi amministrativi, scoprirebbe che un male oscuro si annida, in forma quasi metafisica, nella pubblica amministrazione italiana.Dove sembrano esistere mondi separati e incomunicabili: quello degli Amministratori, quello delle Organizzazioni, quello delle Istituzioni e quello della Burocrazia.Sui primi tre, spesso, ci si muove con una circospezione che a volte sconfina nell'ossequio. Sul quarto, al contrario, è da sempre aperta la stagione di caccia, il tempo delle denuncie, l'esercizio collettivo dell'indignazione.Ma chi sono i burocrati, dove sono, come si riconoscono e, soprattutto, come si neutralizzano?Il vocabolario, definendo la burocrazia come "il potere degli uffici", più che aiutarci finisce per depistarci. La burocrazia è dunque
l'insieme degli uffici e degli impiegati che li abitano?Ma come è possibile? Proprio oggi che tutti si proclamano innovatori?O meglio: innovatori ma…Poco importa poi se in quel "ma" ostativo ciascuno ci infila non solo la sua personale visione del mondo e delle cose, ma anche il collega antipatico, l'assessore che non ti valorizza, il sindacato che fa sempre poco.Insomma, tutto il rosario dei tanti motivi, meglio sarebbe dire alibi, che impediscono a molti innovatori, autocertificati, di essere tali.Ma allora dove sta e da chi è composta la burocrazia?Questa sorta di invisibile golem che vieta, che moltiplica le incombenze, che finge di semplificare, che confonde i computer con l'innovazione tecnologica, che rifiuta il dialogo, che scambia la comunicazione con la propaganda.Questo gommoso muro alzato tra le Istituzioni e la gente e tra questa e i servizi.Forse ci potrebbe soccorrere il metodo adottato in molte imprese efficienti,
dove ogni cosa esiste a condizione che serva e ogni funzione fa riferimento ad un responsabile.Forse scopriremmo che la burocrazia è come il cavaliere inesistente dello splendido racconto di Italo Calvino.Oppure che si tratta di una definizione di comodo utilizzata da chi non applica le leggi della Repubblica, da chi parla di cambiare e non cambia mai, da chi impedisce a tutti coloro che vogliono crescere professionalmente di dare il meglio di sé.Forse coloro che della qualità dei servizi, della trasparenza e dell'accesso ne fanno solo motivi di propaganda e non quotidiani doveri avrebbero finalmente un nome e un cognome.Forse.Ma, troppo spesso, mi sembra che nelle analisi e nelle denuncie prevalga una sorta di movimentismo fine a se stesso. Un metodo che sembra esaurirsi nella denuncia, che non accetta, fino in fondo, di sperimentare il nuovo, che parla per non agire e agisce per non fare.
Una situazione di "vedo e non vedo" che mi ricorda l'atteggiamento di un mio vecchio professore che, ad ogni campagna elettorale, partecipava solo ad incontri sull'antico Egitto per evitare di essere identificato o coinvolto.Se troppi di noi continueranno a sollecitare o a partecipare solo a simili dibattiti, non è difficile prevedere che sarà sempre più difficoltoso capire, dentro e fuori le nostre Amministrazioni, cosa stia accadendo e perché accada.D'altra parte, cosa potrebbe succedere se dovessimo scoprire che la burocrazia siamo tutti noi? Con i nostri atteggiamenti, le nostre reticenze e i nostri silenzi. Con le nostre ritrosie a rimettersi in gioco e a cambiare davvero.Cercare le responsabilità anziché le colpe non è esercizio facile né abituale nella pubblica amministrazione.Ma non è detto che quello che non è mai stato facile debba restare impossibile.









