Username: Password:  
Non sono ancora iscritto, vorrei registrarmi
articolo letto 4306 volte

Perché cambiare non resti solo uno slogan.

15 Feb 2006

Perché cambiare non resti solo uno slogan.Il Codice dell'Amministrazione Digitale, entrato in vigore il primo gennaio 2006, ha festeggiato in modo discutibile il suo primo mese di vita.Bruno Tinti, procuratore aggiunto a Torino, ha lanciato un grido di allarme avvertendo che "non vi sono più soldi per la manutenzione della rete informatica degli uffici giudiziari".La riduzione imposta dal governo ha significato passare dai 90 milioni stanziati per il 2006 a meno di 40 e rappresenta l'ennesimo frutto avvelenato di una legge Finanziaria che taglia a capitoli di bilancio anziché a ragion veduta.Non credo che così si riducano gli sprechi ma sono certo che in questo modo si paralizzano le strutture e si affossano le innovazioni.In questo caso parliamo di un settore fondamentale come la Giustizia nel quale l'introduzione di sistemi tecnologici aveva dato un contributo formidabile per snellire il lavoro di magistrati e cancellieri e che adesso rischia il caos. Siamo alle solite.Innovare, modernizzare, comunicare rischiano, troppo spesso, di restare parole vuote, affermazioni di principio, che producono frustrazione e impotenza fra coloro che le avevano accolte come liberatrici dalla burocrazia, dalla farraginosità, dalla complessità.Nella Pubblica Amministrazione non passa giorno senza che qualcuno non ci ricordi che cambiamenti epocali ci aspettano dietro l'angolo. Ma poi, troppo spesso, si scopre che dietro l'angolo c'è un altro angolo.Sta succedendo oggi con la tecnologia, come ieri con la semplificazione. Per non parlare della comunicazione oggetto di silenziosi quanto violenti attacchi di settori dell'apparato burocratico e di una certa politica che tentano di riprendersi quanto era stato loro tolto da leggi come la 241 o la 150.Siamo di fronte ad un paradosso sempre più evidente: culture dominanti nel nostro Paese e in quella parte del mondo dove viviamo, come la tecnologia e la comunicazione, risultano marginali e ininfluenti nella Pubblica Amministrazione.Con il risultato di consegnarci due realtà, quella privata e quella pubblica, che anziché procedere in maniera sinergica, si muovono a velocità diverse. Più rapida la prima, più lenta l'altra. In questo modo diventa davvero difficile trasformare il settore pubblico che sempre più sembra accontentarsi di qualche progetto speciale e di una manciata di "casi di eccellenza".Ma il cambiamento del settore pubblico o sarà generalizzato o non ci sarà. O la tecnologia, ma anche la semplificazione e la comunicazione verranno assunte come modalità permanenti, oppure questa convivenza forzata tra vecchie prassi e nuove opportunità produrrà solo confusione per gli utilizzatori dei servizi e delusione per chi, in buona fede e con entusiasmo, sta cercando di trasformare davvero le organizzazioni pubbliche. Per chi nutrisse ancora qualche dubbio basterebbe ricordare che il World Economic Forum nella sua più recente classifica sulla diffusione delle tecnologie dal 2001 al 2004 ha retrocesso il nostro Paese dalla 25° alla 45° posizione, collocandoci così all'ultimo posto tra i partner europei.Da queste considerazioni e da denunce come quella di Torino nasce l'esigenza di fare scelte coerenti e capaci di incidere nel profondo delle nostre Istituzioni.Non ci rimane molto tempo. La globalizzazione, l'Europa, i nuovi diritti dei cittadini, ma anche la loro pazienza, non aspetteranno ancora per molto.

Non ci sono ancora commenti
Effettua il login o registrati per poter pubblicare i tuoi commenti in tempo reale.
busy