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Perché un Manifesto, perché adesso.

28 Nov 2005

Perché un Manifesto, perché adesso.Il 5 novembre scorso, a conclusione della dodicesima edizione di COM-PA, il Salone Europeo della Comunicazione Pubblica, dei Servizi al Cittadino e alle Imprese, l'Associazione Italiana della Comunicazione Pubblica e Istituzionale ha approvato il "Manifesto della Comunicazione Pubblica in Italia".Il testo integrale è visibile al sito dell'Associazione (www.compubblica.it) e, sempre nel sito è possibile, condividendone le ragioni, aderirvi. Tutto questo mi risparmia dall'entrare nel merito del documento ma vorrei solo cercare di rispondere alla domanda perché proprio ora.Il motivo è molto semplice.Chi opera nella comunicazione all'interno della pubblica amministrazione, chi studia la comunicazione pubblica, chi la insegna e, più in generale, chi appartiene alla schiera, mai sufficientemente numerosa, degli innovatori pubblici intuisce di trovarsi ad un passaggio decisivo.Pur non riuscendo a definirne i contorni, a conoscerne tutte le sfumature, a razionalizzare e comprendere le diverse posizioni, i pareri e le opinioni di singoli o gruppi, il popolo della comunicazione pubblica, meglio sarebbe dire dell'innovazione, avverte che il lavoro di questi anni non è stato inutile. Che si è aperta una breccia nel gommoso muro della burocrazia e della conservazione. Che la cultura della comunicazione pubblica ha fatto breccia dentro e fuori le Amministrazioni.La sentenza della magistratura che legittima la FNSI a sedere al tavolo dell'ARAN per la definizione contrattualistica degli addetti agli uffici stampa e l'annuncio, fatto a COM-PA, dell'adesione dei sindacati nazionali del pubblico impiego alle posizioni della Associazione Italiana della Comunicazione Pubblica e Istituzionale, in materia di riconoscimento professionale, rappresentano altrettanti segnali forti dell'attuale fase. Alle cui spalle stanno anni di lavoro e di lotte per riuscire a trasformare la comunicazione pubblica da attività negletta o dimenticata in un elemento strategico capace di migliorare l'organizzazione e la qualità dei servizi pubblici.Ci stanno l'attività, l'entusiasmo e l'intelligenza di tanti colleghi che hanno difeso la loro professionalità, garantito il funzionamento delle strutture di informazione e comunicazione, migliorato le proprie prestazioni con impegno e serietà senza iscriversi al club del piagnisteo.Compiendo così una sorta di miracolo laico che, nell'arco di poco più di quindici anni, è riuscito a disincagliare la comunicazione dalle secche della propaganda, a farne questione centrale nelle Istituzioni e problema importante per l'intera società italiana.I comunicatori pubblici hanno avuto il grande merito di non cedere allo sconforto, di non rinnegare la propria professionalità per qualche briciola corporativa, di rispondere con fermezza ma senza arroganza a chi ancora non riesce a darsi pace che esistano e, soprattutto, che esista questa disciplina. Una disciplina che sfugge ad ogni tentativo di rinchiuderla negli antichi recinti o di minimizzarne il ruolo e il significato all'interno dei processi di cambiamento.I comunicatori pubblici hanno sempre pensato che senza comunicazione non vi potesse essere conoscenza e senza conoscenza non potessero esistere Amministrazioni trasparenti e cittadini in grado di partecipare alla gestione della cosa pubblica.I comunicatori pubblici hanno avuto ragione.Il loro coerente impegno ha fatto sì che da "diritto" la comunicazione diventasse "dovere" e, infine, "obbligo" per l'intera pubblica amministrazione.Ma questi risultati positivi potrebbero non bastare. Allora, il nostro Manifesto intende essere un segnale forte e chiaro per tutti. Vuole ricordare che non è più possibile tornare indietro. Che non si potranno riportare migliaia di operatori pubblici e di neo-laureati in scienze della comunicazione alla propaganda o alla routine informativa-burocratica. Che la comunicazione pubblica, la sua cultura e la sua crescita non possono più essere lasciate al caso, o peggio, all'improvvisazione.Ecco perché dai piccoli Comuni alle grandi città, dalle Province alle Regioni, dalle Università ai Ministeri si moltiplicano le adesioni al nostro documento. Sono migliaia di firme che consegneremo, nelle prossime settimane, al Presidente della Repubblica e ai vertici delle massime Istituzioni nazionali.Anche così vogliamo ribadire che non si tratta, né, per quanto ci riguarda, si è mai trattato di una banale vicenda settoriale ma di una grande questione nazionale.A riprova di ciò basterebbe ricordare che, in questi stessi giorni, la Federazione Europea delle Associazioni della Comunicazione Pubblica (FEACP) ha approvato un "Manifesto della Comunicazione Pubblica in Europa".In Italia, come nell'Unione Europea, la comunicazione pubblica non cerca un qualsiasi sgabello su cui issarsi per farsi notare, ma pretende di vedere riconosciuta la propria funzione per realizzare burocrazie moderne e per far crescere comunità più fortemente coese con le proprie Istituzioni.

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