La Comunicazione fa scuola, peccato che poi non vada all'università.
Come mai l'italiano è presente in tutte le scuole, anche in quelle ad indirizzo scientifico o economico? Come mai il tema di italiano è d'obbligo in tutti gli esami di maturità? Forse perché non importa che tu sia ragioniere o geometra, fornaio o idraulico, tecnico informatico o fioraio, ciò che conta è che ti sappia esprimere. Farsi capire è la base di qualunque lavoro, perché in qualunque professione si deve comunicare, fosse anche solo con il cliente. E allora, dico io, se nelle scuole vige l'imperativo categorico dell'italiano, perché nelle facoltà universitarie non vige un imperativo analogo per la comunicazione? Credo che oramai il confronto con gli altri, soprattutto con i media, sia diventato la base di molte professioni: magistrati che rilasciano interviste e intervengono durante le trasmissioni, medici che fanno conferenze stampa per riferire sulla
degenza dei pazienti vip, ingegneri che espongono tesi e controtesi per spiegare disastri e incidenti, sismologi che intrattengono sui terremoti, vulcanologi che traducono le fumate bianche dell'Etna, amministratori pubblici che provano a spiegarci la Pubblica Amministrazione: tutto rigorosamente in diretta tv. Insomma, nell'era mediatica del grande fratello, forse l'unico che non comunica è il comunicatore, gli altri invece sono sempre davanti a microfoni e telecamere, quindi qualunque professionista dovrebbe aver al suo attivo almeno un esame di comunicazione, e magari un altro di etica. Perché non importa che tu sia commercialista o notaio, dottore o farmacista, insegnante o ingegnere, ciò che conta è che sappia comunicare.









