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La comunicazione pubblica alla prova dei fatti.

02 Nov 2005

La comunicazione pubblica alla prova dei fatti.Il 2005 è un anno di significativi anniversari.Sono trascorsi 15 anni dall'approvazione della legge 142 del 1990 che, per la prima volta, ha riconosciuto ai cittadini il diritto all'informazione e il conseguente obbligo per le Amministrazioni di informarli. Dodici anni ci separano dall'approvazione del Dlsg 29 del 1993 che ha reso obbligatoria, in tutta la pubblica amministrazione, l'istituzione degli Uffici per le Relazioni con il Pubblico quali sedi deputate a garantire il diritto all'informazione. Cinque anni fa, infine, veniva approvata la legge 150 che ha finalmente legittimato le attività d'informazione e comunicazione nell'intero sistema pubblico.Eppure, se ci si guarda attorno, se si ascoltano le voci dei neo-laureati in scienze della comunicazione, delle migliaia di dipendenti pubblici che hanno profuso entusiasmo ed impegno per favorire questo processo innovativo, dei tanti cittadini ancora insoddisfatti dei rapporti con le loro Amministrazioni, sembrerebbe che ci fosse ben poco da festeggiare.Anzi, la sensazione è quella di una inquietante battuta d'arresto di quel processo avviato negli anni '90 che ha dato voce e dignità alla comunicazione pubblica disincagliandola dalle secche della propaganda e facendola uscire dal cono d'ombra in cui la burocrazia l'aveva relegata per lungo tempo.Questa situazione è in parte il risultato del tentativo strisciante di una certa politica e di una certa burocrazia teso a restringere gli spazi di democrazia e partecipazione, a ridurre il significato del dialogo con i cittadini e il valore di pubblico servizio che la comunicazione si è conquistata dentro e fuori le Istituzioni.Una vera e propria "restaurazione" che procede a colpi di riduzione degli investimenti e di un mancato riconoscimento professionale. Il tutto all'ombra delle leggi finanziarie e delle "esigenze" di bilancio. Perché troppo spesso la pubblica amministrazione quando afferma di voler controllare la spesa, quasi sempre si appresta a tagliare gli investimenti a cominciare proprio dalla comunicazione.Questo 2005, insomma, ci ricorda che purtroppo molti dei nodi irrisolti che la comunicazione pubblica si trascina da troppo tempo, sono arrivati, tutti assieme, al pettine della realtà. Creando, proprio per questo, un pericoloso effetto a cascata. E questa volta non sarà possibile sciogliere un nodo lasciando gli altri intatti.La comunicazione pubblica, intesa come opportunità e servizio, non può, infatti, essere riportata nei più controllabili recinti della propaganda e dell'autoreferenzialità se non si vuole togliere credibilità al processo d'innovazione e cambiamento in atto nella pubblica amministrazione che trova, proprio nella comunicazione, un suo potente acceleratore.Ma se si riconosce questo ruolo alla comunicazione, diventa sempre più inspiegabile il colpevole ritardo con il quale si attua la legge 150 del 2000. Se non si attua la legge 150 diventa insostenibile la posizione di chi governa il Paese e le città di fronte alle legittime aspirazioni di decine di migliaia di dipendenti che hanno creduto nel valore sociale ancor prima che professionale di una comunicazione fatta da professionisti pubblici e che, proprio per questo hanno impegnato gran parte del proprio tempo in un intensa attività di formazione e aggiornamento come la pubblica amministrazione non conosceva da tempo. Per non parlare delle centinaia, ormai migliaia, di giovani laureati in scienze della comunicazione per i quali le porte delle Amministrazioni rimangono, nella maggioranza dei casi, ancora sbarrate.Parlare oggi di comunicazione pubblica significa, innanzitutto, dare risposte a queste questioni e non elargire piccole concessioni a questo o a quello. Riconoscere e valorizzare le professionalità pubbliche, fare degli strumenti e delle strutture di informazione e comunicazione reali servizi per dialogare alla pari con i cittadini, sviluppare sistemi tecnologici capaci di rendere ciascuno di noi protagonista nel rapporto con ogni Ente è problema che riguarda l'intera comunità nazionale. Una comunità che pretende, al centro come in periferia, una pubblica amministrazione efficiente, servizi pubblici di qualità, semplificazione delle procedure amministrative, chiarezza e conoscenza degli iter procedurali.Per realizzare questi obiettivi i comunicatori pubblici hanno sempre garantito il loro impegno e su questa strada si manterranno fermi e coerenti.Adesso è il momento che amministratori, sindacati, forze politiche e tutti coloro che pensano alla pubblica amministrazione in modo moderno ed europeo e alla comunicazione pubblica non in termini commerciali e propagandistici si assumano impegni precisi e definitivi.Prima che le sirene elettorali comincino a diffondere il loro inutile canto. Prima che il patrimonio di entusiasmo, intelligenze e capacità che abbiamo saputo creare in questi anni si abbatta come una sorta di "tsunami" morale sulle nostre stesse Amministrazioni.Il 3, 4 e 5 novembre la dodicesima edizione di COM-PA, il Salone Europeo dei Servizi al Cittadino e alle Imprese, sarà un'occasione importante per dire, tutti assieme, che innovazione, formazione e comunicazione debbono essere valori forti, condivisi e irrinunciabili della nuova pubblica amministrazione.

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