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Legge 150: cinque anni trascorsi invano?

29 Lug 2005

Legge 150: cinque anni trascorsi invano?Se dovessi giudicare dalla quantità di lettere e telefonate che ricevo, dovrei ammettere che raramente una legge è stata così poco e male comunicata come la 150.A due anni dalla sua approvazione, una ricerca nazionale già ci informava che solo il 19% dei pubblici dipendenti ne conosceva l'esistenza e che, di questi, solo il 10%, ne sapeva indicare scopi e finalità.Da allora le cose non sono migliorate di molto.Qualcuno sostiene che la "fortuna" della legge 142 sia stata quella di aver previsto lo scioglimento dei consigli comunali in caso di non approvazione, nei tempi indicati, dei nuovi Statuti. Insomma, l'aspetto sanzionatorio avrebbe avuto un ruolo non secondario nel determinarne il successo.Ritengo comunque abbastanza sconsolante constatare come solo elementi di sanzione favoriscano un fatto che dovrebbe essere del tutto naturale come l'applicazione delle leggi. Ma poiché, nel nostro Paese, una riflessione rigorosa sull'etica nella pubblica amministrazione manca da molto tempo, possiamo aspettare ancora qualche settimana.Non possiamo invece più aspettare per la legge 150.Dopo oltre cinque anni dalla sua promulgazione, questo provvedimento rischia di scontentare, in eguale misura, estimatori e detrattori.All'origine del "travaglio" che ne accompagna l'esistenza c'è il fatto che la 150 è una di quelle leggi "scomode" per la burocrazia più resistente al cambiamento (ma non solo). La legge tende di fatto a modificare lo status quo o, quanto meno, un certo "andazzo" in materia di comunicazione nella pubblica amministrazione. Quello che, ad esempio, ci fa ascoltare dichiarazioni di convinto sostegno in suo favore dagli stessi interlocutori che poi riducono le risorse ad essa destinate, ne impoveriscono le strutture, o assegnano a queste ultime personale non sempre all'altezza della situazione.Né ci aiutano coloro che prima predicavano la "mission", poi la "vision" e adesso il "brand".Insomma dopo quasi cinque anni quali risposte hanno ricevuto le decine di migliaia di operatori del settore?La solita manciata di indagini e ricerche condotte con modalità diverse e quindi con risultati impossibili da confrontare. Nessuna proroga in materia di formazione e aggiornamento, cosa questa che ha posto in una condizione assurda quei dipendenti le cui Amministrazioni non hanno provveduto ad attivare i corsi formativi previsti. Anche l'assunzione di un certo numero di portavoce non ha migliorato il clima di indecisione che permane tra gli addetti agli uffici stampa e agli Urp.In un simile contesto una nota positiva viene dalla Associazione Italiana della Comunicazione Pubblica e Istituzionale che, rinnovando il mese scorso i propri organismi dirigenti , ha riconfermato il proprio impegno su almeno tre questioni essenziali: riconoscimento del profilo professionale del comunicatore pubblico; approvazione delle piante organiche come già accade in alcune realtà, prima fra tutte il Comune di Roma; inserimento del ruolo e della professione nei futuri contratti di lavoro come richiesto in un documento recentemente sottoscritto con le Organizzazioni Sindacali Nazionali del Pubblico Impiego.I prossimi mesi saranno decisivi non solo per i dipendenti pubblici che bene o male (più spesso male che bene) sono collocati nelle strutture pubbliche di comunicazione e informazione ma anche per i neo-laureati in scienze della comunicazione che non vedono ancora aprirsi le porte delle Amministrazioni locali e nazionali così come la legge, in un qualche modo, lasciava prevedere.Il 3 novembre prossimo COM-PA sarà una occasione da non perdere per capire, da chi può dirci parole importanti, quale futuro attenda la legge 150 e i comunicatori pubblici.

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