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Live8 per 4 miliardi di persone: quando la solidarietà diventa brand.

12 Lug 2005

Live8 per 4 miliardi di persone: quando la solidarietà diventa brand.Il mio amor profondo per l'Africa lo conoscete e, tanto per capirci, vorrei iniziare prendendo in prestito o le parole di Ryszard Kapuscinski: "L'Africa é un oceano. un pianeta a se stante, un cosmo vario e ricchissimo, È solo per semplificare e per pura comodità che lo chiamiamo Africa. A parte la sua denominazione geografica, in realtà, l'Africa non esiste". Detto questo che mi pareva giusto preambolo, mi rivolgerei agli uomini che possono fare, ringraziando tutti quelli che pur non potendo fare niente di concreto, spingono con la forza del pensiero, della musica, dell'arte e quindi dell'anima, contro quel portone che apre solo piccoli ed insufficienti spiragli ad una giustizia mondiale che non sta più in equilibrio e rischia di diventare un pericoloso ed inarrestabile boomerang destinato alle nostre singole e grasse teste. I dati sono mostruosi: 50.000 bambini al giorno che muoiono per carenze di normalità. Aspettative di vita delle popolazioni che non superano i quarant'anni, larghe aree geografiche nelle quali l'AIDS contagia oltre il 40% della popolazione attiva. Poi quando guardiamo tutta quella umanità di ogni genere che si muove, s'indigna e sventola in alto il proprio spirito al richiamo dei nuovi idoli iper-mediatici, viene voglia di sperare che ce la si possa fare. Ma d'altra parte c'è anche il rischio che resti tutta una bella fiction e che sia quelli che possono decidere e anche quelli che possono solo manifestare, diventino personaggi ed interpreti e non persone reali che piangono, ridono e s'incavolano di fronte alla sperequazione assoluta di una piccola parte del mondo che fa la "guerra incivile" contro l'altra parte, quella più grande e più povera. Sempre più grande e sempre più povera.Questo è il rischio che si può correre quando una realtà così intrisa di sangue e di dolore diventa evento mediatico ed essa stessa media, Un media grande e forte che però non diventa mai davvero realtà, perchè in quanto tale non si é sopportabile e quindi, la si rimuove, delegando agli altri il compito di fare. Peccato che "gli altri", quelli che potrebbero trovarsi da un giorno all'altro nelle condizioni di non poter più nutrire o curare i propri figli, siamo proprio tutti noi e non siamo così distanti come si crede. Anche perchè il terzo mondo ce l'abbiamo anche sotto casa e il dolore non conosce confini, non ha colori o etnie, così come l'intelligenza e l'amore. Quindi penso che sia arrivato il momento di trasformare noi stessi in media e, in nome della nostra coscienza, cominciare a fare in prima persona...e non solo con la carità o con la presenza simbolica. Come? Parliamone. Buone vacanze e a presto.

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