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(Adnkronos) - “Personalmente credo che in Italia ci sia ancora un gap tra il mondo universitario e il mondo del lavoro. Aziende come la nostra cercano di avvicinarsi, o quantomeno di offrire una piattaforma su cui cominciare a sperimentare più da vicino il mondo del lavoro”. Lo ha detto Marco Santucci, managing director Geely Italia, alla presentazione a Roma della nona edizione del Premio giovani comunicatori di Icch, un contest annuale rivolto a studenti universitari e giovani professionisti. Il contest, progettato per offrire a coloro che desiderano mettersi in gioco un’opportunità concreta di misurare competenze e creatività nei vari ambiti della comunicazione e del public affairs, si configura quindi come uno spazio di sperimentazione. “Forniamo ai giovani piani di prova reali su cui misurarsi”, ha sottolineato Santucci, evidenziando come questo approccio consenta ai partecipanti di emergere “in maniera meritocratica e concreta, sui contenuti che poi ritroveranno nel mondo del lavoro”. Geely Italia, in qualità di sponsor dell’iniziativa, mette a disposizione opportunità direttamente collegate allo sviluppo dei progetti. “Da un lato c’è la possibilità di testare e sperimentare questi progetti attraverso una vera implementazione”, ha spiegato. “Dall’altro, offriamo stage curricolari, esperienze lavorative e anche borse di studio”. Un approccio che punta a creare un collegamento diretto tra formazione e impresa, favorendo l’inserimento dei giovani nel mercato del lavoro e, allo stesso tempo, permettendo alle aziende di individuare nuovi talenti in linea con le proprie esigenze.
(Adnkronos) - Il Made in Italy continua a rappresentare uno dei marchi più riconoscibili e apprezzati al mondo, ma la sua forza oggi si gioca su un terreno più complesso rispetto al passato. La Giornata nazionale del Made in Italy, che si celebra oggi, è un'occasione per riaffermare come il valore distintivo del sistema produttivo italiano non sia più legato soltanto alla qualità dei prodotti, ma alla capacità delle imprese di evolvere, strutturarsi e competere in un contesto globale sempre più articolato. A rimarcarlo è lo studio 'Made in Italy: il valore di un’identità e la forza delle competenze', realizzato da Tp Infinity per Made in Italy Community, secondo il quale il Made in Italy è associato soprattutto a qualità artigianale (44%) ed eccellenza produttiva, mentre all’estero domina un’immagine aspirazionale legata al lusso (24%) e allo stile di vita. Roberto Santori, Ceo Made in Italy Community, commenta così i dati: “Per rendere davvero competitivo oggi il Made in Italy bisogna sempre più guardare alla capacità di integrare competenze, tecnologia e relazioni economiche. Il vero vantaggio competitivo del nostro Paese sta nella competenza delle persone, nel talento manifatturiero e nel sapere artigianale che diventa industria. Oggi non competono più soltanto le aziende da sole, ma competono gli ecosistemi e i sistemi Paese. Per questo è necessario fare sistema: mettere in relazione imprese, istituzioni e ricerca, rafforzare il dialogo tra tutti gli attori e costruire una visione comune di medio-lungo periodo. Il valore del Made in Italy nasce dalle connessioni tra i talenti, e la sfida è trasformare questa energia diffusa in un sistema capace non solo di competere, ma di fare scuola nel mondo”. Una visione condivisa da Michela Pancaldi, ceo di Tecnocupole Pancaldi, azienda familiare bolognese con 60 anni di storia e una leadership nazionale nella realizzazione e manutenzione di sistemi di illuminazione, ventilazione ed evacuazione naturale di fumo e calore. “Il Made in Italy - spiega - continua a essere un asset competitivo straordinario, ma oggi più che mai richiede una visione collettiva. Fare rete tra imprese, territori e competenze significa rafforzare filiere di prossimità capaci di garantire qualità, sicurezza e continuità operativa, anche in una instabilità geopolitica forte oggi più che mai. La produzione locale non è solo una scelta identitaria, ma una leva strategica: ecco perché noi abbiamo deciso di aprire il nostro stabilimento Industria 5.0 anche a produzione di terzi". Tuttavia, il vero rischio per le imprese italiane è la perdita di riconoscimento. Sempre secondo lo studio di Tp Infinity per Made in Italy Community, se in Italia l’86% dei consumatori sceglie prodotti nazionali, sui mercati internazionali il 45% dichiara di aver acquistato almeno una volta un falso Made in Italy e il 28% di averlo persino preferito all’originale. Il fenomeno dell’Italian sounding si conferma quindi diffuso e, in alcuni casi, competitivo rispetto all’autentico, con oltre un consumatore straniero su quattro che sceglie prodotti imitativi. Un dato che evidenzia come il valore del brand sia ancora fortissimo, ma non sufficientemente distinto e protetto a livello globale. “La tutela legale del Made in Italy - evidenzia Francesca La Rocca Sena, partner dello studio legale Sena&Partners - non è più solo una questione di origine e segni distintivi del prodotto, ma di salvaguardia di filiere, know-how e identità industriale. Oggi che l’intelligenza artificiale riesce a replicare forme, stili e contenuti, il presidio giuridico diventa essenziale per garantire autenticità e valore lungo tutta la catena: una sfida che richiede a tutti competenze trasversali e una visione sempre più internazionale”. Il ruolo delle nuove generazioni sarà decisivo: investire sui giovani, sulla trasmissione delle competenze e su una comunicazione più contemporanea diventa fondamentale per rafforzare identità e consapevolezza. È su questo equilibrio tra tradizione e innovazione che si gioca il futuro del Made in Italy, rendendolo sempre più riconoscibile, autentico e competitivo. A partire da questa capacità di tenere insieme tradizione e innovazione si inseriscono anche esperienze imprenditoriali che reinterpretano saperi storici in chiave contemporanea, trasformandoli in soluzioni concrete e sostenibili. “Il Made in Italy - osserva Alessandro Azzoni, fondatore di Prometeo Stufe - ha una forza unica: saper recuperare e attualizzare sapienze antiche, trasformandole in soluzioni contemporanee. Non riguarda solo la moda o il design, ma anche mestieri come il nostro, dove la conoscenza dei giri di fumo nelle stufe e nei camini ad accumulo in maiolica rappresenta un patrimonio tecnico e culturale prezioso. È proprio da questa tradizione che nasce un modo diverso di riscaldare le case, più efficiente e sostenibile. Un ritorno alle origini che, sorprendentemente, genera oggi benefici ambientali ed economici concreti per chi lo sceglie”. Su un piano diverso ma complementare, emerge con forza anche il tema della struttura d’impresa. La capacità di crescere, attrarre capitali e affrontare mercati sempre più concentrati diventa determinante. “Oggi parlare di Made in Italy in termini competitivi significa spostare l'attenzione dalla qualità del prodotto alla struttura dell'impresa", dice Nicola Cassinelli, socio fondatore di Cassinelli Studio Legale. "Molte aziende italiane - prosegue - eccellono sul piano industriale, ma restano fragili sotto il profilo organizzativo e patrimoniale. Il vero tema è la capacità di crescere: aprirsi a capitali esterni, strutturare la governance e affrontare percorsi di aggregazione. In questo contesto, strumenti come holding di partecipazione, operazioni di M&A, joint venture e patti parasociali ben costruiti diventano centrali per regolare i rapporti tra soci e gestire l'ingresso di investitori. A questi si affiancano operazioni di riorganizzazione societaria, anche tramite conferimenti e scissioni, e una pianificazione fiscale coerente, che consenta di sostenere la crescita senza generare inefficienze. Sempre più spesso, inoltre, il tema è costruire strutture che rendano l'impresa 'investibile', cioè in grado di affrontare una due diligence e di dialogare con capitali istituzionali. Senza questo passaggio, anche realtà molto solide rischiano di restare troppo piccole per competere in mercati sempre più concentrati”. Una visione condivisa anche sul fronte economico e finanziario. Raffale Di Capua, dottore commercialista e revisore legale, fondatore dello studio Di Capua & Partners, sottolinea come “il Made in Italy non è un'eredità da celebrare una volta l'anno, ma un vantaggio competitivo da rendere contemporaneo ogni giorno". "La qualità, da sola, non basta più: deve essere sostenuta - avverte - da imprese più patrimonializzate, meglio governate, più innovative e capaci di affrontare mercati, tecnologie e ricambi generazionali senza perdere identità. Oggi la vera sfida è trasformare l'eccellenza italiana in forza organizzata, capace di attrarre competenze, capitali e alleanze industriali. Il futuro del Made in Italy si giocherà meno sulla retorica delle origini e più sulla capacità di costruire imprese solide, scalabili e durevoli. Perché il talento ci distingue, ma è la struttura che lo rende competitivo nel tempo”. Una riflessione che si estende anche al piano delle politiche industriali e delle condizioni sistemiche necessarie per sostenere la competitività delle imprese nel lungo periodo. “La tutela e soprattutto lo sviluppo del Made in Italy - osserva Alessandro Da Re, Founding Partner di Mint Solutions - richiede innanzitutto poche e chiare scelte di politica industriale che devono necessariamente tradursi non solo in scelte agevolative, ma soprattutto in totale ed assoluta stabilità normativa pluriennale, che consenta alle nostre aziende di scegliere una direzione ed una programmazione, anche degli investimenti. Quanto agli strumenti: incentivi all'innovazione tecnologica, alla digitalizzazione e all'uso dell'Ai nonché alle aggregazioni, tracciabilità di prodotti e servizi e di tutte le filiere, rigorosa parità ed equità di condizioni tra operatori italiani e stranieri con competizione al rialzo, norme chiare e condivise su sicurezza, ambiente e qualità, per garantire condizioni di competizione più eque, posizionamento, e non solo per i beni di lusso o l'alimentare, nella fascia 'alta'”. La capacità di gestire la complessità normativa diventa un fattore sempre più rilevante, soprattutto per le imprese che operano su scala internazionale. Antonino Caccamo, Cto e co-founder di A-Cube, sottolinea: “In un contesto in cui la normativa fiscale evolve con crescente rapidità e differenziazione tra Paesi, la competitività delle imprese dipende sempre più dalla capacità di integrare la compliance nei propri processi in modo strutturato e scalabile. La gestione degli adempimenti richiede soluzioni tecnologiche in grado di coniugare automazione, interoperabilità e aggiornamento continuo, garantendo al tempo stesso continuità operativa. In questo quadro, infrastrutture digitali basate su Api consentono di connettere sistemi aziendali e piattaforme pubbliche, semplificando la gestione della compliance anche in contesti internazionali complessi. La compliance fiscale si configura così come una componente integrata dei sistemi aziendali, capace di accompagnare la crescita e l’espansione internazionale”. In questo contesto, la competitività si costruisce anche nella capacità delle imprese di leggere in modo consapevole i propri processi e il contesto in cui operano. L’adozione di nuove tecnologie rappresenta una leva decisiva, ma solo quando è accompagnata da una chiara comprensione delle dinamiche interne. “L’Ia e le nuove tecnologie - commenta Daniele Arduini, co-founder e ceo di Kampaay, tech company innovativa nel settore degli eventi corporate - cambieranno tutto, ma la competitività non sarà di chi sceglie il software più avanzatoSarà di chi ha la consapevolezza di dove e come applicarlo. Vediamo ancora troppi sprechi e inefficienze nascoste, soprattutto nella spesa eventi, figlie di abitudini che nessuno mette più in discussione. Il vero vantaggio competitivo oggi è la consapevolezza: prima si guarda ai processi, poi si attiva la tecnologia”. Allo stesso tempo, il potenziale innovativo può essere amplificato o limitato dalle condizioni del contesto in cui le imprese si trovano a operare. "Quando hai un'idea, la sviluppi, la porti sul mercato - dice Alberto Stecca, ceo e co-fondatore di Silla Industries, azienda che progetta e produce dispositivi tecnologici evoluti per la ricarica dei veicoli elettrici - e poi scopri che un competitor europeo ha pagato l'energia la metà, ha ricevuto incentivi certi per tre anni e ha impiegato la metà del tempo per ottenere le autorizzazioni necessarie si capisce subito che la sfida non è solo di capacità tecnologica e di inventiva. Le imprese italiane sono straordinariamente capaci di innovare ma operano in un contesto che spesso lavora contro di loro. Costi energetici fuori scala, incentivi discontinui che cambiano le regole a partita iniziata e un apparato burocratico che consuma risorse preziose. Le imprese italiane sono straordinarie e il Made in Italy ha un valore immenso che potrebbe brillare ulteriormente, solo però alle stesse condizioni di chi compete con noi. Il Made in Italy merita delle condizioni e un campo da gioco degne del proprio livello". In risposta a queste complessità, si rafforza anche l’evoluzione dei modelli produttivi, sempre più orientati alla collaborazione e all’efficienza delle risorse. In questo quadro, la sostenibilità si afferma come leva industriale e non solo reputazionale. “L’economia circolare si configura sempre più come una leva strutturale per la competitività delle imprese, poiché consente di ottimizzare l’uso delle risorse e di ridurre la dipendenza da materie prime critiche", dichiara Giuliano Maddalena, direttore di Safe, sistema di consorzi per le economie circolari. "In questo contesto, la collaborazione lungo le filiere contribuisce a generare efficienze operative e ad aprire nuove opportunità di innovazione, rafforzando al tempo stesso la resilienza del sistema industriale. Le recenti iniziative europee, tra cui il Clean Industrial Deal, si muovono in questa direzione, riconoscendo il ruolo della circolarità nel sostenere la base produttiva. Ne emerge un modello in cui sostenibilità e competitività tendono progressivamente a convergere, delineando una transizione che è al contempo ambientale ed economica”, conclude.
(Adnkronos) - Accelerare l’innovazione anche in agricoltura biologica, rafforzare la competitività delle imprese italiane e garantire agli agricoltori un accesso più rapido a soluzioni efficaci e sostenibili per la difesa delle colture. Sono questi i pilastri del Manifesto per il Biocontrollo, presentato oggi a Roma da Agrofarma e FederBio nel corso di un evento istituzionale ospitato nella Sala Isma del Senato della Repubblica e promosso con il sostegno del senatore Luca De Carlo, presidente della Commissione Industria, commercio, turismo, agricoltura e produzione agroalimentare del Senato. Il Manifesto nasce dalla collaborazione tra Agrofarma, Associazione di settore di Federchimica che rappresenta le imprese degli agrofarmaci, e FederBio, Federazione che riunisce le organizzazioni di tutta la filiera dell’agricoltura biologica. Le due organizzazioni, fortemente impegnate nel settore dell’agricoltura biologica e legate da un Protocollo d’intesa firmato a febbraio 2025, presentano oggi un documento programmatico condiviso con l’obiettivo di avviare un confronto strutturato sul ruolo strategico del biocontrollo: una delle leve più promettenti per coniugare innovazione e sostenibilità ambientale, sicurezza alimentare e produttività agricola. L’ambizione del Manifesto è quella di diventare un punto di riferimento per l’innovazione a disposizione degli agricoltori e per favorire un dialogo costruttivo con la Politica e le Istituzioni. Al centro, la necessità di ripensare il sistema di protezione delle colture integrandolo con i mezzi per il biocontrollo, in coerenza con gli obiettivi europei per un modello agroalimentare sempre più sostenibile. All’interno del Manifesto sono inserite cinque proposte chiave, a partire dall’introduzione di una definizione normativa del termine 'biocontrollo', ritenuta prioritaria dagli operatori del settore per superare ambiguità e incertezze regolatorie. Centrale anche la necessità di indirizzare risorse alle Autorità competenti per rendere più efficiente il sistema autorizzativo nazionale, così da dare piena attuazione all’impegno europeo verso procedure più rapide per introdurre nuove sostanze attive di biocontrollo. Accanto agli interventi normativi, il Manifesto sottolinea l’importanza di investire in formazione e informazione lungo tutta la filiera, per promuovere un utilizzo corretto e consapevole dei mezzi tecnici impiegabili anche in agricoltura biologica. Fondamentale, infine, sostenere l’innovazione all’interno della Politica Agricola Comune con misure dedicate e rafforzare la ricerca pubblica, destinando risorse già disponibili e destinabili allo sviluppo del biocontrollo. “Il Manifesto per il Biocontrollo segna un passaggio decisivo per incentivare la diffusione del biologico, offrendo soluzioni avanzate fondate sui principi dell’agroecologia, accompagnando l’agricoltura italiana verso un modello più sostenibile e resiliente e promuovendo un dialogo costruttivo con la politica e le istituzioni - ha sottolineato Maria Grazia Mammuccini, presidente FederBio - Secondo i dati dell’Osservatorio Agrofarma, negli ultimi dieci anni, la riduzione del 18% nell’uso degli agrofarmaci e l’aumento del 133% dei principi attivi di origine biologica dimostrano che le innovazioni agroecologiche messe a punto per il bio stanno trovando sempre più spazio anche nell’agricoltura convenzionale. Investire in ricerca e formazione sul biocontrollo è fondamentale per sviluppare innovazioni efficaci a sostegno degli agricoltori biologici e, più in generale, per l’intero sistema agricolo. Occorrono però regole chiare e procedure autorizzative più rapide per favorire l’immissione sul mercato dei prodotti di biocontrollo, così da offrire alternative concrete utili a garantire una protezione affidabile delle colture di fronte a sfide sempre più complesse, come la crisi climatica, la perdita di biodiversità e la sicurezza alimentare”. “Il biocontrollo rappresenta un’opportunità concreta per arricchire la cassetta degli attrezzi degli agricoltori, così da mettere a disposizione soluzioni sempre più performanti, capaci di rispondere alle crescenti esigenze del mondo agricolo - ha dichiarato Paolo Tassani, presidente di Agrofarma - Le nostre imprese sono da tempo impegnate su questo fronte, basti pensare che oggi i prodotti utilizzabili anche in agricoltura biologica rappresentano il 20% del totale degli agrofarmaci presenti sul mercato. La nostra Associazione, quindi, accoglie questo accordo con spirito assai costruttivo, collaborando come sempre attraverso un costante confronto, coniugando le evidenze scientifiche con i reali bisogni dell’agricoltura. Il percorso è appena iniziato e confidiamo nell’apertura di ulteriori tavoli di confronto sul tema del biocontrollo per garantire all’Italia e all’Unione europea un sistema normativo capace di valorizzare innovazione, competitività e sostenibilità".