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(Adnkronos) - Le Olimpiadi invernali di Milano Cortina 2026 iniziano e il tema del doping si riaccende. Sotto i riflettori della Wada, l'agenzia mondiale antidoping, rischia di finire in particolare il salto con gli sci per un sospetto 'sui generis'. Nessun caso conclamato - non ancora, almeno - ma si insinua il dubbio che tra gli atleti ci sarebbe qualcuno disposto a iniettarsi acido ialuronico nel pene per guadagnare un vantaggio in gara. Genitali 'extralarge' consentono ad un atleta di indossare una tuta più larga aumentando l''effetto vela' in aria, con effetti sul risultato finale e sulla classifica. Un doping farmacologico e tecnico, insomma. Ma è davvero così? "E' sbagliato considerate le iniezioni di acido ialuronico nel pene come doping", dice all'Adnkronos Salute è Gabriele Antonini, urologo-andrologo romano, tra i primi ad usare le infiltrazioni peniene con acido ialuronico cross-linkato già 10 anni fa grazie alla collaborazione con il chirurgo statunitense Paul Perito, e oggi una delle tecniche più innovative nel campo dell'andrologia funzionale ed estetica. "Negli ultimi tempi sono emerse discussioni teoriche riguardo all'impiego della metodica anche in soggetti sportivi. Dal punto di vista medico, l'acido ialuronico non è una sostanza farmacologica dopante e non agisce su metabolismo, resistenza o forza muscolare. Si tratta infatti di un filler locale privo di effetti sistemici sulle performance fisiche - ricorda Antonini - Tuttavia, eventuali implicazioni regolatorie in ambito agonistico non dipendono esclusivamente dalla natura della sostanza, ma dalle valutazioni delle federazioni sportive e dei comitati organizzatori, che restano gli unici enti deputati a definire i criteri di idoneità alle competizioni. Allo stesso modo tutte le donne che hanno effettuato infiltrazioni di acido ialuronico nel viso o nelle labbra per aumento del volume o addirittura donne che abbiano una protesi mammaria per motivi estetici o post malattia oncologica dovrebbero essere tacciate di doping". Secondo il chirurgo, uno dei pionieri in Italia delle protesi peniene, "ad oggi non esistono evidenze scientifiche che dimostrino un miglioramento delle prestazioni atletiche. La tecnica mantiene pertanto una finalità principalmente estetica e funzionale locale, richiedendo - conclude Antonini - sempre una valutazione specialistica, un'adeguata selezione dei pazienti e un follow-up clinico dedicato".
(Adnkronos) - "Il welfare aziendale è stato per anni considerato come un insieme di servizi pensati per migliorare il clima in ufficio. Un’integrazione piacevole, ma non essenziale. Lo scenario economico attuale impone tuttavia un cambio di prospettiva radicale: in un contesto segnato dal costo della vita sempre più elevato, che continua a pesare sulle famiglie, e da rinnovi contrattuali che faticano a coprire l’aumento del costo della vita, il 2026 si conferma l’anno della svolta. Il welfare cessa di essere un semplice 'benefit' per diventare il pilastro portante di una nuova strategia salariale". A dirlo all'Adnkronos/Labitalia Andrea Guffanti, general manager di Coverflex in Italia. "I dati del Report sulla retribuzione 2025 di Coverflex - spiega - parlano chiaro: mentre gli stipendi base restano sostanzialmente stabili, le necessità dei collaboratori continuano a crescere. In questo scenario di stagnazione retributiva, le aziende non possono più limitarsi a guardare solo alla busta paga tradizionale". "L’evoluzione del rapporto tra azienda e lavoratore - avverte - passa per un modello di compensazione estesa. Non si tratta più di dare 'qualcosa in più', ma di gestire in modo intelligente il valore economico che l'azienda trasferisce ai propri dipendenti. Attraverso il welfare, l’impresa interviene direttamente sulla capacità di spesa quotidiana delle persone, coprendo costi che altrimenti graverebbero interamente sul netto in busta: dalla sanità alla scuola, dai trasporti al tempo libero". "Questa trasformazione - avverte - porta il welfare ad essere una vera e propria politica salariale. Le aziende che scelgono questa strada ottengono un doppio vantaggio: aumentano il valore reale percepito dai dipendenti e ottimizzano i costi legati alla tassazione del lavoro". “Il welfare aziendale ha smesso di essere una voce nel capitolo 'extra' per diventare il cuore pulsante della strategia di retention e remunerazione. Non stiamo più parlando di semplici agevolazioni, ma di uno strumento dinamico che restituisce potere d'acquisto reale in un momento in cui la busta paga tradizionale sembra aver raggiunto il suo limite fisico", aggiunge Andrea Guffanti. "Il passaggio dal vecchio concetto di premio a quello di salario integrativo - sottolinea - è ormai completato. Per le imprese, investire nel welfare oggi non è solo un modo per attrarre talenti, ma una necessità per garantire la sostenibilità economica dei propri collaboratori. In sintesi, il welfare è diventato la seconda gamba della remunerazione: uno strumento concreto, misurabile e indispensabile per proteggere il potere d'acquisto e costruire un legame solido e duraturo tra impresa e lavoratore".
(Adnkronos) - "L’Italia è tra i paesi leader in alcune filiere, può guidare la nuova industrializzazione europea e rivendicare le proprie eccellenze". Lo dice Stefano Ciafani, presidente nazionale Legambiente, durante la presentazione dei risultati della terza edizione del progetto 'L’Italia in cantiere. Un Clean Industrial Deal Made in Italy' a Roma. “Abbiamo un problema su alcune filiere industriali storicamente deindustrializzate, come chimica e siderurgia, la cui crisi parte dagli anni ’90 e non è colpa del Green Deal europeo”, ha aggiunto Ciafani, sottolineando l’urgenza di azioni concrete. “Vogliamo fare in modo che il Clean Industrial Deal europeo possa vedere l’Italia protagonista, contribuendo alla nuova reindustrializzazione del Vecchio Continente”. Legambiente ha così presentato il Libro bianco con 30 proposte, frutto di un percorso di confronto con le imprese più innovative iniziato nel luglio 2025, “per orientare le politiche industriali verso sostenibilità, innovazione e occupazione green. Speriamo che le politiche industriali possano partire anche dalle nostre 30 proposte”.