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(Adnkronos) - Bad Bunny infiamma il Super Bowl, celebra le radici latinoamericane e fa infuriare Donald Trump. Reduce dalle tre vittorie ai Grammy domenica scorsa, tra cui quello per Best Album, la superstar portoricana del reggaeton e del Latin trap ha portato sul palco del Levi’s Stadium di Santa Clara, California, una performance ricca di ritmo, cultura e messaggi di unità, che ha fatto ballare tutto lo stadio californiano. In completo bianco, ha inaugurato la sua esibizione con 'Tití Me Preguntó', attraversando scenografie che evocavano la vita portoricana: contadini con i tradizionali cappelli pava, giocatori di domino e pugili. Successivamente, ha eseguito 'Voy a Llevarte Pa PR'. Il culmine della performance si è raggiunto su un palco secondario, denominato 'La Casita', dove ha interpretato 'Safaera', per poi passare a 'Gasolina' di Daddy Yankee e altri suoi successi, tra cui 'EoO'. Accanto a lui nomi come Lady Gaga, Ricky Martin e Cardi B, mentre lo show ha celebrato le radici latinoamericane e un messaggio chiaro di inclusività: bandiere di paesi di tutto il continente, saluti multilingue e sullo schermo dello stadio la frase: "L'unica cosa più potente dell'odio è l'amore", a chiudere la performance con la title track del suo album vincitore di Grammy, "Debí Tirar Más Fotos". A poche ore dalla conclusione dello spettacolo, Donald Trump ha attaccato l'esibizione sui social. In un post infuocato su Truth Social, ha definito l’Halftime Show di Bad Bunny “assolutamente terribile”, “uno dei peggiori di sempre” e “una slap in the face (uno schiaffo in faccia) alla grandezza dell’America”, criticando il fatto che buona parte della performance fosse in spagnolo e non comprensibile agli spettatori statunitensi. Nella sua polemica, Trump ha addirittura affermato che la coreografia e le scelte artistiche fossero “disgustose per i bambini” e ha usato l’occasione per attaccare la NFL e la stampa mainstream, accusata di celebrare uno spettacolo che, secondo lui, non rispetta gli standard americani di “successo, creatività o eccellenza”.
(Adnkronos) - "Il welfare aziendale è stato per anni considerato come un insieme di servizi pensati per migliorare il clima in ufficio. Un’integrazione piacevole, ma non essenziale. Lo scenario economico attuale impone tuttavia un cambio di prospettiva radicale: in un contesto segnato dal costo della vita sempre più elevato, che continua a pesare sulle famiglie, e da rinnovi contrattuali che faticano a coprire l’aumento del costo della vita, il 2026 si conferma l’anno della svolta. Il welfare cessa di essere un semplice 'benefit' per diventare il pilastro portante di una nuova strategia salariale". A dirlo all'Adnkronos/Labitalia Andrea Guffanti, general manager di Coverflex in Italia. "I dati del Report sulla retribuzione 2025 di Coverflex - spiega - parlano chiaro: mentre gli stipendi base restano sostanzialmente stabili, le necessità dei collaboratori continuano a crescere. In questo scenario di stagnazione retributiva, le aziende non possono più limitarsi a guardare solo alla busta paga tradizionale". "L’evoluzione del rapporto tra azienda e lavoratore - avverte - passa per un modello di compensazione estesa. Non si tratta più di dare 'qualcosa in più', ma di gestire in modo intelligente il valore economico che l'azienda trasferisce ai propri dipendenti. Attraverso il welfare, l’impresa interviene direttamente sulla capacità di spesa quotidiana delle persone, coprendo costi che altrimenti graverebbero interamente sul netto in busta: dalla sanità alla scuola, dai trasporti al tempo libero". "Questa trasformazione - avverte - porta il welfare ad essere una vera e propria politica salariale. Le aziende che scelgono questa strada ottengono un doppio vantaggio: aumentano il valore reale percepito dai dipendenti e ottimizzano i costi legati alla tassazione del lavoro". “Il welfare aziendale ha smesso di essere una voce nel capitolo 'extra' per diventare il cuore pulsante della strategia di retention e remunerazione. Non stiamo più parlando di semplici agevolazioni, ma di uno strumento dinamico che restituisce potere d'acquisto reale in un momento in cui la busta paga tradizionale sembra aver raggiunto il suo limite fisico", aggiunge Andrea Guffanti. "Il passaggio dal vecchio concetto di premio a quello di salario integrativo - sottolinea - è ormai completato. Per le imprese, investire nel welfare oggi non è solo un modo per attrarre talenti, ma una necessità per garantire la sostenibilità economica dei propri collaboratori. In sintesi, il welfare è diventato la seconda gamba della remunerazione: uno strumento concreto, misurabile e indispensabile per proteggere il potere d'acquisto e costruire un legame solido e duraturo tra impresa e lavoratore".
(Adnkronos) - "Il Consorzio è un'eccellenza di economia circolare, raccoglie la totalità dell'olio minerale usato italiano e lo rigenera al 98%". Così Riccardo Piunti, presidente del Conou – Consorzio nazionale degli oli minerali usati – ha spiegato a Roma la forza e la peculiarità del Consorzio, intervenendo al Terzo Forum nazionale 'L’Italia in cantiere. Un Clean Industrial Deal Made in Italy', promosso da Legambiente. L’evento ha riunito istituzioni, aziende e stakeholder della green economy per discutere le strategie di rilancio industriale e sostenibile del Paese. “Le medie di altri paesi avanzati sono circa la metà di questo risultato. Si tratta di un modello che combina efficienza tecnologica e cooperazione spontanea delle imprese italiane da oltre 40 anni – spiega Piunti –. L’olio usato viene consegnato al raccoglitore, che lo porta agli impianti di rigenerazione, e il sistema funziona in maniera automatica, lineare e controllata”. Secondo il presidente del Conou, la chiave del successo risiede nella struttura consortile: “Noi non siamo direttamente parte in causa, ma facciamo da arbitri e controllori del sistema. Forniamo linee guida e indicazioni, ma il processo funziona autonomamente. Questo è ciò che distingue la nostra eccellenza nel mondo, l’industrializzazione sostenibile basata su cooperazione e rigore tecnico”.