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(Adnkronos) - Possibile svolta sul mistero della morte di Alexei Navalny. Ci sarebbero le prove che il presidente russo Vladimir Putin ordinò l'avvelenamento del leader dell'opposizione, morto 47enne due anni fa, mentre era detenuto in una colonia penale in Siberia. "Cinque Paesi europei hanno stabilito che la Russia ha avvelenato Alexei Navalny" ha scritto su X Ursula von der Leyen, definendo "l'atto vigliacco" e lo "Stato russo terrorista". Oltre alla Gran Bretagna alla scoperta delle cause della morte di Navalny hanno contribuito, infatti, Germania, Svezia, Olanda e Francia. Secondo il Foreign Office del Regno Unito Navalny è stato avvelenato con l'epibatidina, una neurotossina tossica letale che si trova nelle rane freccia che vivono in Ecuador. Le tribù indigene del Sud America utilizzano la tossina nelle cerbottane durante la caccia. Questo veleno è 200 volte più forte della morfina. Le conclusioni dell'indagine saranno sottoposte all'organismo di controllo delle armi chimiche delle Nazioni Unite, l'Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche. Il Regno Unito e i suoi alleati hanno lavorato "con ferrea determinazione" per stabilire cosa sia realmente accaduto a Navalny, ha detto la ministra degli Esteri britannica Yvette Cooper. "Ero certa fin dal primo giorno che mio marito fosse stato avvelenato, ma ora c'è la prova: Putin ha ucciso Alexei con un'arma chimica", ha scritto su X la vedova del dissidente, Yulia Navalnaya. "Sono grata agli Stati europei per il lavoro meticoloso che hanno svolto in due anni e per aver svelato la verità. Vladimir Putin è un assassino", ha aggiunto, riproponendo la versione sostenuta da Londra. "Scienziati di cinque Paesi europei lo hanno stabilito: mio marito, Alexei Navalny, è stato avvelenato con epibatidina, una neurotossina, uno dei veleni più letali sulla terra. In natura, questo veleno si trova sulla pelle della rana freccia dell'Ecuador. Causa paralisi, arresto respiratorio e una morte dolorosa", ha sintetizzato annunciando la scoperta nel corso di una conferenza stampa insieme ai ministri degli Esteri di Regno Unito, Germania, Svezia e Paesi Bassi. ''E' difficile per me trovare le parole giuste", ha detto Navalnya. "Putin è un assassino. Deve essere ritenuto responsabile di tutti i suoi crimini". Navalnaya si trovava alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco quando, il 16 febbraio 2024, venne diffusa la notizia della morte del marito. ''E' stato il giorno più orribile della mia vita. Sono salita sul palco e ho detto che mio marito, Alexei Navalny, era stato avvelenato. Cos'altro poteva succedere con il nemico numero uno di Putin in una prigione russa? Ma ora capisco e so che non si tratta solo di parole, ora abbiamo le prove scientifiche". Su X il premier britannico Keir Starmer ha scritto che "Alexei Navalny ha mostrato un enorme coraggio di fronte alla tirannia: la sua determinazione nel mostrare la verità ha lasciato un'eredità duratura e i miei pensieri oggi vanno alla sua famiglia". "Sto facendo tutto quello che si deve fare per difendere il nostro popolo, i nostri valori e stile di vita dalla minaccia della Russia e dell'intento omicida di Putin". In un post su X il ministro degli Esteri francese, Jean Noel Barrot accusa Putin non solo di aver avvelenato Navalny, ma di essere "pronto a utilizzare l'arma chimica contro il suo stesso popolo per restare al potere". Poco dopo il post in cui Barrot scriveva che "ormai sappiamo che Vladimir Putin è pronto a usare le armi chimiche contro il suo popolo", il testo è stato modificato e "armi chimiche" viene sostituito con "arma batteriologica".
(Adnkronos) - La professionalità dei consulenti del lavoro si fonda su una specializzazione qualificata e istituzionalmente presidiata, connessa alle politiche del lavoro che non coincide né può essere automaticamente assimilata a quella dei dottori commercialisti ed esperti contabili. È questo il punto fermo ribadito dal Consiglio nazionale dell’ordine dei consulenti del lavoro nelle osservazioni e proposte presentate alla Camera dei Deputati sul disegno di legge delega per la riforma dell’ordinamento della professione di commercialista, attualmente all’esame della commissione Giustizia. Nel documento si evidenzia come "l’attuale quadro normativo delinei una netta distinzione strutturale tra le due professioni, soprattutto nella materia del lavoro e della legislazione sociale. I consulenti del lavoro operano infatti all’interno di un sistema ordinamentale e di vigilanza integrato con le politiche pubbliche del lavoro, sotto la supervisione del ministero del Lavoro e in stretto raccordo con l’Ispettorato Nazionale". "Un assetto che si riflette nel percorso di accesso alla professione – esame di Stato specialistico, tirocinio mirato e formazione continua – e nello svolgimento di funzioni di rilievo pubblicistico, come la certificazione dei contratti di lavoro, la conciliazione e l’arbitrato in materia di lavoro, il coinvolgimento nelle procedure della crisi d’impresa, la gestione delle politiche attive e l’asseverazione di conformità (Asse.Co.)", aggiungono i consulenti del lavoro. Coerentemente con questo impianto, la giurisprudenza amministrativa, sottolineano i professionisti, "ha escluso la possibilità che il praticantato per l’accesso alla professione di consulente del lavoro possa essere svolto presso studi di dottori commercialisti ed esperti contabili, proprio in ragione della diversa natura delle competenze, del percorso normativo e della funzione professionale attribuita ai consulenti del lavoro nell’ordinamento". Secondo i consulenti del lavoro, "ulteriore elemento distintivo è il rapporto con le strutture associative e di assistenza fiscale, che la normativa consente di organizzare, per pmi e imprese artigiane, solo tramite i consulenti del lavoro. Il Consiglio nazionale ricorda inoltre che gli iscritti all’albo dei commercialisti possono svolgere gli adempimenti lavoristici e previdenziali previsti dall’art. 1 della legge 12/79, esclusivamente previa iscrizione all’apposita piattaforma tenuta presso l’Ispettorato nazionale del lavoro e limitatamente alla provincia in cui ha sede l’azienda assistita; a ulteriore conferma della distinzione tra le due professioni". "Dunque, le competenze dei consulenti del lavoro e quelle dei dottori commercialisti non sono sovrapponibili né assimilabili", concludono i consulenti del lavoro.
(Adnkronos) - Qualità, lotta all’evasione e sensibilizzazione sui temi dell’economia circolare. Queste le prossime sfide su cui si concentra il Conou, Consorzio Nazionale per la Gestione, Raccolta e Trattamento degli Oli Minerali Usati. L’economia circolare dell’olio usato in Italia funziona ma il Conou, che la gestisce, continua a guardare al futuro. “La battaglia della qualità è fondamentale: controllo dell'olio in ingresso, attraverso la verifica del rispetto di tutti parametri previsti (oggetto di interesse di altri Paesi perché è un sistema che copre tutti gli aspetti dei possibili inquinanti), e qualità in uscita. Le nostre basi rigenerate devono continuare ad essere allo stesso livello delle basi vergini, assolutamente intercambiabili. Se non c'è dietro uno standard tecnico dettagliato, la rigenerazione non significa niente”, spiega all’Adnkronos il presidente del Conou Riccardo Piunti. Guardando alla normativa europea, “oggi c’è un tema molto specifico che riguarda i regolamenti di controllo degli inquinanti persistenti. Nella filiera degli oli minerali abbiamo un inquinante, il Pcb, che, se rinvenuto al di sopra di una certa soglia, manda l'olio che lo contiene a distruzione. Ne troviamo molto poco dal momento che non si produce più da 40 anni e che si trova ormai solo nei piccoli trasformatori. Oggi, però, l'Europa sta cercando di inserire nel regolamento un limite molto più basso di quello attuale e noi ci stiamo battendo perché questo sia compatibile con il funzionamento della nostra filiera, magari attraverso una riduzione progressiva di tale soglia”. “L'altra sfida è il controllo dell'evasione del contributo ambientale, attraverso il quale vengono finanziate le nostre attività di raccolta e di rigenerazione: è fondamentale, quindi, che non ci sia evasione contributiva”, avverte Piunti. C’è poi il tema della comunicazione. “Noi vogliamo - sottolinea - che il modello consortile del Conou e, in generale, il modello consortile italiano per i rifiuti, sia conosciuto perché ci sono degli elementi che possono aiutare la realizzazione dell'economia circolare in tutti i Paesi, sia quelli più avanzati, come quelli europei, dove magari questo modello non è applicato allo stesso modo o non c'è, sia i Paesi più arretrati che devono mettere insieme un sistema per la raccolta dei rifiuti e in particolare dell'olio minerale usato”. C’è poi un aspetto sul quale si concentra l’attenzione del Consorzio. “Il sistema della raccolta nasce negli anni ‘50 con aziende di natura familiare: all'inizio erano veramente imprese piccole, c'era un signore con un motocarro e due fusti dietro che andava a raccogliere l'olio dai meccanici. Adesso le nostre 58 imprese sono aziende con depositi, autobotti, autisti, strumentazioni, ecc…. Però il sistema di impresa familiare, come accade da noi e come è accaduto anche in tanti altri settori dell'imprenditoria italiana, arrivata la terza generazione, comincia ad avere qualche problema. Quindi noi ci stiamo preoccupando di capire quale sarà il futuro di queste imprese familiari, come evolveranno. C'è una mutazione in corso e noi vorremmo accompagnarla: la crisi dell'impresa familiare della terza generazione è un tema che non si può trascurare”, conclude Piunti.