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(Adnkronos) - Un 'veleno per capello' nelle chiome afro allungate e infoltite a colpi di extension. In uno studio definito "l'analisi più completa" condotta finora sulla materia, i ricercatori del Silent Spring Institute americano hanno identificato "decine di sostanze chimiche pericolose nelle extension per capelli, sia artificiali che naturali", fornendo "la prova più solida dei potenziali rischi per la salute associati a questi prodotti di bellezza". Gli autori del lavoro - pubblicato sulla rivista 'Environment & Health' dell'American Chemical Society, e finanziato da un Beauty Justice Grant dell'Environmental Defense Fund e da donazioni benefiche al Silent Spring Institute - hanno trovato nei materiali usati per treccine e protesi capillari "sostanze associate a cancro, alterazioni ormonali, problemi di sviluppo ed effetti sul sistema immunitario", tra cui "ritardanti di fiamma, ftalati, pesticidi, stirene, tetracloroetano e composti organostannici". Risultati particolarmente allarmanti per gli Usa, perché mentre in Ue queste sostanze chimiche sono regolamentate, oltreoceano in gran parte non lo sono ancora. Un pericolo soprattutto per le donne nere, se si pensa che oltre il 70% dichiara di avere indossato extension per capelli almeno una volta nell'ultimo anno, contro meno del 10% in altri gruppi etnici, riferiscono gli scienziati descrivendo un business che - secondo le previsioni - supererà i 14 miliardi di dollari entro il 2028, con gli Stati Uniti leader nelle importazioni globali. "Sebbene studi precedenti abbiano rilevato la presenza di alcune sostanze chimiche preoccupanti nelle extension per capelli, c'è ancora molto che non sappiamo sulla loro composizione chimica complessiva. Volevamo avere un quadro più chiaro dell'entità del problema", spiega Elissia Franklin, autrice principale dello studio. Le extension per capelli possono essere realizzate con fibre sintetiche o materiali di origine biologica, inclusi capelli umani, e sono spesso trattate con sostanze chimiche per renderle ignifughe, impermeabili o antimicrobiche, illustrano i ricercatori. "Tuttavia - afferma Franklin - le aziende raramente rivelano i composti utilizzati per ottenere queste proprietà, lasciando i consumatori all'oscuro sui rischi per la salute derivanti dall'uso prolungato" di questi prodotti. Le fibre che li compongono si depositano direttamente sul cuoio capelluto e sul collo, e una volta riscaldate e modellate possono rilasciare nell'aria sostanze chimiche che chi indossa le extension può respirare. Per la scienziata "questa è un'industria che ha a lungo trascurato la salute delle donne nere": ma chi usa questo tipo di extension, obietta Franklin, "non dovrebbe dover scegliere tra espressione culturale o praticità" da un lato, "e la salute" dall'altro. Franklin ha acquistato 43 prodotti per extension molto popolari online e nei negozi specializzati. Li ha classificati in base al tipo di fibra - sintetica (principalmente polimeri plastici) o di origine biologica (fibra umana, di banana o di seta), quindi li ha codificati per proprietà dichiarate: 19 dei campioni sintetici erano indicati come ignifughi, 3 resistenti all'acqua, 9 resistenti al calore e 3 riportavano 'etichette green' tipo "senza Pvc" o "non tossico". Con metodiche di analisi ad ampio spettro, il team ha rilevato oltre 900 'firme chimiche', catturando sostanze sia note sia sconosciute. Un software di apprendimento automatico è stato poi impiegato per abbinare queste firme a una libreria chimica, identificando infine 169 composti appartenenti a 9 classi strutturali principali. Fra questi, l'esame ha individuato "decine di sostanze pericolose". Tutti i campioni tranne 2 contenevano composti chimici pericolosi; 48 sostanze figuravano nelle principali liste di rischio, di cui 12 elencate ai sensi della 'Proposition 65' della California per essere causa di cancro, difetti congeniti o danni riproduttivi; 4 ritardanti di fiamma sono stati trovati in campioni sia sintetici che biologici; 17 composti chimici correlati al cancro al seno sono stati individuati in 36 campioni, incluse sostanze note per alterare gli ormoni con modalità che aumentano il rischio; quasi il 10% dei campioni conteneva organostannici tossici, alcuni in concentrazioni superiori ai livelli sanitari stabiliti nell'Unione europea, dove questi composti chimici sono regolamentati. "Siamo rimasti particolarmente sorpresi nel trovare organostannici", commenta Franklin. "Queste sostanze - precisa - sono comunemente usate come stabilizzanti termici nel Pvc e sono state associate a irritazioni cutanee, un disturbo comune fra gli utilizzatori di extension per capelli". Ma gli organostannici sono stati anche collegati a tumori e squilibri ormonali. Considerati i numeri e le previsioni del mercato globale delle extension, "questi risultati chiariscono l'urgenza di una maggiore supervisione per proteggere i consumatori e indurre le aziende a investire nella fabbricazione di prodotti più sicuri", chiede la ricercatrice. I segnali di una possibile svolta normativa non mancano, riportano gli autori del lavoro. Lo Stato di New York ha recentemente introdotto una legge che obbligherebbe i produttori di trecce ed extension sintetiche a elencare tutti gli ingredienti usati. Anche nel New Jersey sta procedendo nel suo iter un disegno di legge che vieterebbe le sostanze chimiche nocive nei prodotti sintetici per capelli. E a livello federale, il Safer Beauty Bill Package presentato al Congresso l'anno scorso include una legge che incaricherebbe la Food and Drug Administration di regolamentare la sicurezza di treccine ed extension sintetiche.
(Adnkronos) - Il mercato Ict italiano si trova di fronte a una sfida cruciale: mentre l'adozione dell'intelligenza artificiale nelle imprese con almeno 10 addetti è cresciuta dal 5% all'8,2% nel 2024 e del 16,4% nel 2025, persiste un preoccupante gap di competenze digitali che rischia di compromettere la competitività del Paese. Un divario che emerge con forza anche ai livelli istituzionali, dove la comprensione delle tecnologie emergenti risulta spesso carente rispetto alle sfide che il sistema Italia deve affrontare. In questo contesto si inserisce la nuova strategia di Assinter Italia, l'associazione che rappresenta le società Ict in-house regionali e nazionali, guidata dal neo-presidente Pier Paolo Greco. "C'è ancora poca cultura sulle tecnologie digitali e sull'intelligenza artificiale in particolare che crea preoccupazioni, non solo nel cittadino ma anche nelle istituzioni", afferma Greco, sottolineando come la carenza di competenze rappresenti un ostacolo significativo per lo sviluppo digitale del Paese. Le società in-house regionali, spesso sottovalutate nel dibattito pubblico, gestiscono in realtà servizi digitali fondamentali per la vita quotidiana dei cittadini. Dal Fascicolo sanitario elettronico ai servizi di e-government, dalla cybersecurity alla gestione dei data center regionali, queste strutture rappresentano un patrimonio di competenze e infrastrutture che conta complessivamente 8000 dipendenti e genera un fatturato aggregato di circa 2 miliardi di euro. "Le regioni - spiega il neo presidente - hanno un enorme impatto sulla gestione digitale nella vita di tutti i giorni. Quando un cittadino riceve servizi sanitari digitali, documenti online o informazioni turistiche dalla sua regione, normalmente c'è una società in-house che li gestisce". Il mercato Ict italiano, previsto in crescita del 4,5% nel 2025 per un valore complessivo di 44,3 miliardi di euro, vede nel cloud computing (+16,2%) e nella cybersecurity (+7,2%) i settori trainanti. Proprio su questi fronti Assinter sta sviluppando progetti innovativi come il Cloud federato, un sistema di interscambio tra le varie strutture regionali che permette una maggiore protezione dei dati attraverso la distribuzione delle risorse. "Stiamo lavorando per mettere insieme una potenza di calcolo distribuita invece di avere singoli data center maggiormente vulnerabili", illustra il presidente. La nuova visione di Greco si basa su quello che lui stesso definisce il 'modello Barbarians', ispirato alla celebre squadra di rugby dove ogni giocatore contribuisce attivamente al successo collettivo. Questo approccio prevede cinque direttrici strategiche: advocacy presso le istituzioni, alliance tra i soci, networking con il settore privato, training attraverso l'academy associativa e innovation per facilitare i rapporti tra pubblico e privato. Un aspetto cruciale della strategia riguarda il posizionamento europeo. Greco, recentemente confermato nel ruolo di vicepresidente di Euritas, l'associazione europea delle società Ict pubbliche, punta a rafforzare il collegamento tra Bruxelles, Roma e le regioni. "Siamo - sottolinea - l'unica struttura in tutta Europa che è riuscita ad avere una rappresentanza unitaria all'interno di Euritas. Questo ci permette di portare le istanze territoriali direttamente alla Commissione Europea". La sfida della cybersecurity emerge come priorità assoluta. Assinter sta promuovendo lo sviluppo di un progetto per federare i noc (network operations center) delle varie società regionali, creando un sistema di monitoraggio distribuito più resiliente. 'Oggi queste strutture operano molto sulla difesa cyber e questo diventa sempre più importante', evidenzia Greco, ricordando come la sicurezza informatica non sia più solo una questione tecnica ma un elemento fondamentale per la sovranità digitale del Paese. L'associazione conta tra i suoi membri la quasi totalità delle società regionali in-house ed alcuni grandi player nazionali che operano con il modello in-house providing quali Aci informatica e InfoCamere. Questa eterogeneità rappresenta una ricchezza in termini di competenze e capacità di intervento su tutto il territorio nazionale. Inoltre, Assinter ha costituito una community a cui hanno aderito 30 partner tecnologici, creando quello che Greco definisce 'una interlocuzione costruttiva' con i grandi vendor internazionali. Guardando al futuro, l'obiettivo è ambizioso: portare Assinter a diventare sempre più uno stakeholder imprescindibile per qualsiasi decisione governativa in materia di digitalizzazione. La strada per colmare il digital divide italiano passa necessariamente attraverso un rafforzamento delle competenze e delle infrastrutture pubbliche. Con l'arrivo delle Giga Factory europee per l'intelligenza artificiale, investimenti previsti nell'ordine dei 5 miliardi di euro, e la crescente importanza del quantum computing, il ruolo delle società in-house regionali diventa ancora più strategico. 'L'ingresso del sistema quantistico sostituirà quello che abbiamo conosciuto come sistema di vita fino ad oggi', avverte Greco, sottolineando l'urgenza di prepararsi a questa rivoluzione tecnologica. La nuova governance di Assinter punta quindi a valorizzare un patrimonio di competenze pubbliche troppo spesso sottovalutato, creando sinergie tra territori e favorendo l'innovazione attraverso la collaborazione tra pubblico e privato. Una sfida che richiede non solo investimenti tecnologici ma soprattutto un cambio di paradigma culturale, partendo proprio dalla formazione e dalla sensibilizzazione di cittadini e istituzioni sui temi del digitale.
(Adnkronos) - Gli italiani stanno migliorando sul fronte dello spreco alimentare (-10,3% rispetto ad un anno fa), arrivando a 554 grammi di cibo gettato a testa ogni settimana, ‘solo’ 79,14 grammi al giorno. Ma la somma delle perdite e degli sprechi alimentari vale oltre 13 miliardi e mezzo (dati elaborati dall’Università di Bologna - Distal / Waste Watcher sulle fonti di riferimento), 7 miliardi e 363 milioni solo nelle case degli italiani. Sono i dati contenuti nel 'Caso Italia 2026', il nuovo Rapporto dell’Osservatorio Waste Watcher International diffuso in vista della 13esima Giornata nazionale di Prevenzione dello spreco alimentare, 5 febbraio 2026, indetta dalla campagna pubblica di sensibilizzazione Spreco Zero. Waste Watcher ha monitorato il comportamento degli italiani nel mese di gennaio 2026, attraverso l’indagine condotta con metodo Cawi, promossa da Spreco Zero con l’Università di Bologna - Dipartimento di Scienze e Tecnologie Agroalimentari e Last Minute Market su monitoraggio Ipsos - Doxa (campione di 2000 casi rappresentativi della popolazione generale). Più nel dettaglio, stando al report, l’Italia, in linea con la rilevazione dello scorso settembre relativa all’estate 2025, segna un miglioramento deciso rispetto ai dati di un anno fa: sprechiamo infatti 554 grammi di cibo pro capite ogni settimana, ovvero 63,9 grammi in meno rispetto al dato del febbraio 2025 (617,9 g). La performance più brillante è firmata dai Boomers che fissano lo spreco settimanale pro capite medio a 352 grammi, superando, in anticipo di quattro anni, l’esame dell’Agenda 2030, quando a tutti gli italiani sarà chiesto di gettare mediamente non più di 369,7 grammi a testa ogni settimana per centrare l’obiettivo 12.3 sullo spreco alimentare. Più indietro restano le famiglie della Generazione Z, posizionate a quota 799 grammi di spreco settimanale medio pro capite, le famiglie Millennials, con 750 grammi settimanali pro capite, e quelle della Generazione X, con 478 grammi settimanali pro capite. Emerge in chiave quasi plebiscitaria la cura per la preparazione dei pasti, un tratto distintivo mediterraneo e italiano: una abitudine di vita cui si dedica ogni giorno l’88% degli italiani. Solo il 4% degli italiani dichiara di non cucinare perché non ama farlo. E per la prima volta risulta praticamente unanime la consapevolezza intorno al tema 'spreco': il 94% degli italiani certifica la sua attenzione alla questione e, di questa moltitudine di cittadini, il 63% getta qualcosa meno di 1 volta a settimana, solo il 14% spreca quasi quotidianamente. Già da questi dati si delinea un divario generazionale piuttosto marcato: il 29% della Generazione Z spreca almeno una volta a settimana, contro appena il 6% dei Boomers. Spiega il direttore scientifico dell’Osservatorio Waste Watcher International Andrea Segrè, fondatore della Giornata nazionale di Prevenzione dello spreco alimentare: "I dati del Rapporto Waste Watcher 2026 ci dicono con chiarezza che la sfida dello spreco alimentare non si vince contrapponendo le generazioni, ma mettendole in relazione. I Boomers oggi sono la locomotiva della prevenzione: hanno interiorizzato nel tempo competenze di cura, di gestione del cibo e di riuso che li portano già vicino agli obiettivi dell’Agenda Onu 2030. La Generazione Z, invece, è più fragile sul piano organizzativo ma possiede un capitale decisivo: la padronanza degli strumenti digitali e la disponibilità al cambiamento. È qui che nasce l’intelligenza intergenerazionale: quando l’esperienza incontra la tecnologia, quando il sapere pratico dei più anziani viene tradotto in nuovi linguaggi dai più giovani. Solo favorendo questo scambio - nelle famiglie, nelle scuole, nelle comunità e anche nei luoghi del cibo fuori casa - possiamo davvero dimezzare lo spreco alimentare entro i prossimi quattro anni, come chiede la Campagna Spreco Zero. Lo spreco non è solo una questione di consapevolezza, ma di competenze condivise: e il futuro passa dalla capacità di farle circolare tra le generazioni". Tornando ai dati, si spreca meno al Nord (516 grammi settimanali, -7%), di più al Sud (591,2 grammi settimanali, +7%) e poco di più al Centro (570,8 grammi settimanali, +3%); più virtuose le famiglie con figli (-10%) e i Comuni fino a 30mila abitanti (-8%). In cima ai cibi più sprecati svettano la frutta fresca (22,2 g a settimana), la verdura fresca (20,6 g) e il pane fresco (19,6 g), seguono l’insalata (18,8 g) e cipolle/aglio/tuberi (17,2 g).